La breve favolosa vita di Oscar Wao

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Quando Oscar aveva sette anni sì che era un vero sciupafemmine. Addirittura per un periodo si 'fidanzò' con due bambine contemporaneamente: la bellissima Maritza Chacòn, destinata a passare la vita invariabilmente accoppiata a uomini più grandi di lei che la maltrattano, e Olga Polanco, una mocciosa sovrappeso sempre sporca e trasandata che viveva in una catapecchia piena di portoricani in fondo alla strada. Quella splendida settimana costituisce tutt'oggi il suo record: ora Oscar è un diciottenne nerd e obeso, con la pettinatura afro, enormi occhiali da psicopatico e una fitta peluria sulle labbra. La sua passione assoluta, consumata in ore e ore passate da solo a rimuginare malinconicamente? Libri, film, telefilm e fumetti di fantascienza, super-eroi, giochi di ruolo fantasy. In questo - non ci piove - è una vera autorità: parla correntemente 4 o 5 lingue aliene, scrive in elfico, conosce la continuity dell'universo Marvel meglio del suo fondatore Stan Lee, e parla in modo pomposo e ricercato per la sua età. I suoi coetanei sperimentano i primi baci, le cotte furiose, le risse da strada, lo sport. Lui sperimenta Dungeons & Dragons e si sfoga masturbandosi sbirciando giornaletti softcore. In un ambiente machista ai massimi livelli come quello dei dominicani trapiantati nel New Jersey, per i quali il valore di un uomo si misura sulle sue conquiste sessuali, per il povero teenager la vita diventa ben presto un inferno. Solo d'estate, quando la madre spedisce lui e sua sorella a Santo Domingo dai parenti, la sua vocazione alla solitudine e alla scrittura viene vista con rispetto e un po' di contadina ammirazione. Ma i problemi in famiglia non li ha solo Oscar: sua sorella Lola vive in perenne guerra con la madre Beli, una matriarca severa e arida che porta l'ottava di reggiseno e ironicamente viene colpita proprio da un cancro alla mammella: lungi dal riavvicinare le due, la malattia scatena la cieca ribellione di Lola, che diventa una punk e fugge di casa con un ragazzo per un po'. Intanto Oscar, frequentando un corso di preparazione al college, ha conosciuto una ragazza cicciottella, disinibita e amante dei libri, Ana, e se n'è naturalmente innamorato perdutamente. Peccato che altrettanto naturalmente lei lo consideri 'solo un amico' e abbia un ragazzo più grande, un ex marine rasato, con gli orecchini e con un coso grosso così...
La breve favolosa vita di Oscar Wao non è la storia della vita (e della morte, come si evince dal titolo) di Oscar. Non solo, almeno. E' anche la storia della sua famiglia, di quello che è e di quello che è stata, con emozionanti flashback dedicati alle vicende quasi noir della giovinezza della madre di Oscar, Belicia detta Beli, che - scopriamo con sorpresa ma non troppo - prima di diventare una madre oppressiva è stata una figlia ribelle. E' la storia di Santo Domingo, "la Ground Zero del Nuovo Mondo", oppressa per trent'anni dal dittatore erotomane e sanguinario Rafael Trujillo e patria del fukù, la maledizione che perseguita chiunque si azzardi a fare qualcosa contro la Repubblica Domenicana (perché, pensavate davvero che a sparare a John Fitzgerald Kennedy fossero stati un cecchino, la mafia, gli alieni, la CIA o il fantasma di Marylin Monroe? Noooo, è stato il fukù dopo che JfK nel 1961 tramò per far assassinare Trujillo). E' la storia della cultura pop, che Junot Díaz ci snocciola come un rosario infarcendo in modo impressionante ogni pagina del suo libro di riferimenti e citazioni che chi non ha mai letto fumetti di super-eroi o libri di fantascienza può scordarsi in partenza di cogliere (coraggio, quanti di voi hanno mai sentito parlare dell'Effetto Omega di Darkseid?). Un fenomenale 'ritratto di artista da giovane' raccontato in soggettiva dal migliore amico di Oscar e suo perfetto doppelgänger Yunior, magro seduttore seriale ed ex della sorella Lola. Díaz salta continuamente dallo slang chicano a uno stile forbito, quasi ottocentesco, dal 'solito' realismo magico sud e centroamericano al romanzo minimale post-moderno, in un frullatore di stili che lascia annichilito il lettore ma sa emozionare. Guidate e oppresse da un Fato il cui motore unico è la sessualità - cercata, subita, abusata, sfiancata - le esistenze di un microcosmo di immigrati di seconda generazione vengono sballotatte qua e là. Dolore, rimpianti, incomunicabilità, ma anche tanta ironia. Amara. Il romanzo è arrivato dopo una gestazione di ben 12 anni: tanto infatti è passato dalla pubblicazione di Drown (a picco), l'antologia di racconti con la quale l'autore ha debuttato nel 1996 raccogliendo unanimi critiche entusiastiche e un buon successo di vendite. Un'attesa così lunga è forse spia di problemi creativi o forse no, si lambiccano i critici d'oltreoceano. Ma il ritorno di Junot Díaz è stato salutato dal Premio Pulitzer 2008, quindi tutto sommato è valsa la pena di aspettare.

 

 

 
 
 
 
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