La busta arancione

La busta arancione

Quando Carlo Felice scrive è il 1959. Se ne sta seduto nel suo ampio studio affacciato sullo scorcio di una natura selvaggia, nel silenzio verde di Auckland. Sulla sua scrivania stanno appoggiate con cura due buste arancioni l’una di fianco all’altra. Osservandole, il filo della memoria si dipana e Carlo torna agli anni di una giovinezza ormai perduta, all’illusione di una felicità possibile e accarezzata solo nel 1943; ma è il fortuito incontro con Alessandro Rorà alla stazione Brignole di qualche anno prima a risvegliare in lui la memoria del passato più remoto. Il vecchio compagno di giovinezza di studi e di giorni e notti disperatissime ad albeggiare nei bordelli di Torino e Milano. Un’amicizia nata forse per equivoco, non quello sulla natura omosessuale e clandestina di Alessandro, ma sulla difficoltà di Carlo con le donne, che l’amico invece interpreta erroneamente come una omosessualità latente e inconfessabile. È quell’ incontro a Genova a richiamare l’infanzia di Carlo a Levo, con il fratello Costantino e l’onnipresente ingombrante e tentacolare madre: la ‘contessa’, come si faceva chiamare da vedova...

La prima edizione di La busta arancione è datata 1966, quando Mario Soldati ormai sessantenne e con un premio Strega alle spalle ha abbandonato la regia cinematografica e Roma per vivere a Milano, ma ha ancora davanti a sé un trentennio di nobili scritture. Linguaggio colto, attento alle sfumature e riflessivo quello del torinese perbene, educato alla bellezza e all’arte da quel critico di razza che fu Lionello Venturi, e che in questo viaggio a ritroso nell’esistenza di Carlo – che fu Felice solo di secondo nome -, si interroga sul perché del fallimento amoroso, sull’illusione dell’innamoramento e sul rapporto vampiresco tra una madre ossessiva e un figlio che cerca di sfuggire alla sua morsa. Ha ormai raggiunto un sereno distacco il Carlo che si racconta in prima persona e con voce sincera, capace di ricordare il giovane sé stesso che nessuna donna poteva rendere appagato più di una sera. “(...) Una donna che “prima” era stata per me una regina e, più che una regina, una divinità alla quale avrei sacrificato senza esitare tutte le mie sostanze e la mia vita medesima, diventava nel giro di poche ore, e nonostante ogni mio sforzo contrario, una creatura abbietta, ignobile, fastidiosissima”. È in questo delicato e complicatissimo rapporto del protagonista con le sue donne che si gioca l’intero romanzo, dalla devota madre all’esuberante Meris, fino alla cinica Sandra. L’incostanza dell’amore, o piuttosto l’insufficienza di un sentimento che tanta abnegazione richiede e che non tutti sono in grado di garantire all’altra metà del cielo. Uno sguardo maturo su temi senza tempo e con una malinconia di fondo forse tipicamente piemontese, che attira ipnoticamente il lettore paziente e amante di buone letture.



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