La Cabala

La Cabala
 Anni venti. Samuele, uno giovane studente americano, si trasferisce a Roma per un lungo periodo di studi presso l’Accademia Albertina. Grazie all’amico Blair – che gli suggerisce di “studiare” i moderni prima di dedicarsi agli antichi –  incontra strani personaggi nobili e decadenti che fanno parte di una misteriosa società chiamata “Cabala”. Si tratta di un gruppo di “individui molto ricchi e molto influenti, e tutti hanno paura di loro e tutti li sospettano di ordire complotti sovversivi”. I membri della Cabala, i quali accolgono il giovane americano con eccessivo e ingiustificato entusiasmo, non sono solo “semplici eremiti” o “isolati eccentrici”, ma appartengono a una “cerchia potente ed esclusiva” e operano con astuzia e malizia, disponendo di “risorse eccezionali in quanto a ricchezza e tenacia”. Samuele incontra dunque vari membri della società, tutti “dotati di un dono prodigioso”, tutti legati ad antichi lignaggi e tradizioni, intenti a raffinare l’arte della conversazione e dediti a eccentriche attività, incontri, segnali, e codici quasi indecifrabili, frutto come sono di usanze sorpassate che si radicano in valori riprovevoli e insieme seducenti. Al giovane americano, travolto in questa vita così curiosa e bizzarra, sono affidati strani  incarichi: deve redimere Marcantonio, il figlio della duchessa d’Aquilanera, dalla sua vita dissoluta e di facili costumi; fare compagnia alla malinconica principessa Alix d’Espolo; ascoltare il progetto politico reazionario di Mademoiselle Astrée-Luce de Morfontaine, e intrattenersi con un cardinale erudito e ribelle…
A Tre Editori va il merito di aver riproposto in versione italiana il primo e originalissimo romanzo di Wilder (dopo le vecchie traduzioni del 1932 e del 1947), scritto nel 1926 e ispirato proprio dal soggiorno romano dello scrittore. Sorretto da uno stile scorrevole e leggero ma allo stesso tempo – e miracolosamente –  da una sintassi a tratti elaborata e da un lessico alquanto ricercato, il romanzo pare centrato sulla dicotomia tra la cultura americana – incarnata nella freschezza, nella gioventù e nella curiosità del protagonista –  e quella europea – radicata nel passato più arcaico che risale alla mitologia greco-romana per poi approdare ai fasti del barocco, e poi all’ottocento, dove pare ristagnare, come a seguire un costante moto centripeto che blocca le anime (tra l’altro interiormente dinamicissime) dei nobili della setta. Se evidente e udibilissima è, a nostro parere, l’eco delle narrazioni di Henry James (Wilder fu successivamente accusato di aver plagiato Finnegans Wake nella commedia The Skin of Our Teeth – La famiglia Antrobus –  essendosi prima dedicato all’esegesi dell’opera joyciana), è anche vero che lo stile di Wilder ha una particolare cifra di individualità riscontrabile specialmente nelle superbe caratterizzazioni dei personaggi. Questi sono studiati con il classico distacco culturale dello straniero ma, al contempo, sono profondamente compresi nei loro difetti e nei loro vizi grazie a  un elevato grado di empatia che, associato a una rara capacità compositiva, è in grado di regalarci ritratti di grande umanità. Oltre a ciò, il romanzo è da segnalare per la magnifica decadenza in cui lo scrittore avvolge Roma, i suoi palazzi fatiscenti, le vie e le stanze addobbate a festa, o le tavole imbandite dell’alta società. È l’affresco realizzato da una voce distaccata che sviluppa fortemente il suo spirito osservativo e che ci fa immergere in un mondo passato, in stili di vita obsoleti, e in una socialità frenetica che cerca spasmodicamente di riempire la voragine esistenziale che pare sempre sul punto di risucchiare irrimediabilmente la vita interiore dei personaggi. Tutti elementi, questi, che rendono il romanzo d’esordio di Wilder un testo squisitamente moderno.   

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