La caduta dei Golden

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Gennaio 2009. Il nuovo Presidente Barack Obama si insedia alla Casa Bianca proprio oggi. Un “ultrasettantenne re senza corona” giunge a New York dall’India con i suoi tre figli. Sull’assenza della moglie (che tutti notano) non dà spiegazioni a nessuno. La donna è presente nelle foto sparse per il lussuoso appartamento del Macdougal-Sullivan Gardens Historic District, la Murray Mansion (che d’ora in poi sarà conosciuta come Golden House), ma solo in quelle. L’uomo si chiama – o meglio si fa chiamare – Nero Julius Golden, trasuda “un odore forte e dozzinale, la puzza inconfondibile del pericolo di un rozzo dispotismo”, porta i radi capelli neri pettinati all’indietro, ha “avambracci spessi e forti da lottatore, terminanti in grosse mani pericolose, cariche di massicci anelli d’oro tempestati di smeraldi”. Veste in modo lussuoso, ma ha qualcosa di animalesco. Padre e figli non dicono nulla sul loro passato, anzi per la precisione sono “ostinatamente restii a far luce sul loro passato”: parlano un inglese impeccabile con marcato accento britannico. Hanno un aspetto vagamente orientale, ma non è facile capire esattamente a quale etnia appartengano. Vengono accettati dai vicini perché sono accettabili, ma nel petto hanno nascosto un dolore. La loro ricca famiglia a Bombay è stata colpita durante gli attacchi lanciati dai terroristi pakistani musulmani di Lashkar-e-Taiba, “l’Esercito dei Giusti”, contro la stazione ferroviaria, il Leopold Cafè, l’Oberoi Trident Hotel, il cinema Metro, l’ospedale Cama and Albless,, la Jewish Chabad House e il Taj Mahal Palace and Tower Hotel, dove è stata uccisa la madre dei più grandi tra i giovani Holden, la signora delle foto. È in seguito a questa tragedia che Nero e i suoi tre figli hanno deciso di voltare pagina, fare tabula rasa, assumere nuove identità, attraversare il mondo per essere altro da quel che erano. A osservarli nel loro nuovo mondo (e nella loro nuova vita) c’è un giovane cineasta loro vicino di casa, René Unterlinden, che pian piano si convince che potrebbero essere i soggetti perfetti per un film…

È possibile reinventarsi, ripartire da zero, modellare il proprio destino, andando persino contro la propria natura? Un interrogativo che riecheggia nella letteratura da millenni, che fa pensare alla classicità greca e romana. Non a caso i protagonisti di questo libro si ribattezzano utilizzando nomi latini. Ma il farsi artefici del proprio fato nel nuovo romanzo di Salman Rushdie, il tredicesimo, pare più un vezzo kitsch da parvenu che una hýbris da novello Odisseo. E questo vale per i personaggi, ma anche per il Paese che li ospita. Lo scrittore indiano racconta l’era Obama per raccontare l’avvento dell’era Trump – chi altri potrebbe essere l’inquietante Gary Gwynplaine, il rampante Joker dalla chioma verde e dalle discutibili frequentazioni, il villain de La caduta dei Golden (anche se pure il capofamiglia Nero è figura oscura, un eroe shakespeariano col catenone d’oro al collo e i brillocchi alle dita) che “sembra un supereroe ma vien fuori che è un supercriminale”, l’identità segreta dell’America? Le vicissitudini familiari dei Golden – una famiglia tutta maschile già abbastanza “articolata” di per sé, che imploderà dopo l’entrata in scena di una giovane, bella e spregiudicata prostituta russa – sono raccontate da Rushdie nel suo stile consueto: digressioni sull’attualità, aneddotica dickensiana, dialoghi brillanti, stile upper class. Forse c’è un po’ meno magia del solito e c’è un po’ più di denuncia sociale, ma comunque le coordinate sono le stesse dello splendido Furia, per fare un esempio preciso. La voce del grande scrittore indiano si fa a tratti roca, avvelenata da un po’ di rancore da anziano, ma la stretta della mano sulla penna è ancora vigorosa e Rushdie governa con maestria le sottotrame che si intrecciano lungo queste quasi 500 pagine. Un romanzo d’altri tempi ‒ ottocentesco, per certi versi – eppure un instant book, un pamphlet politico. Creatura ibrida, fascino maliardo, peso specifico elevato.

LEGGI L’INTERVISTA A SALMAN RUSHDIE



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