La camera d'ascolto

La camera d'ascolto
Il dolore è qualcosa che si può impossessare di noi fin dalla nascita, quell’atto (in)naturale e crudo con cui ci stacchiamo, carne, dalla carne. Ed accade, a volte, che la vita venga condotta nella consapevolezza che quel distacco che ci ha dato la vita è destinato a compiersi per una seconda tragica volta: con la morte della propria madre. E allora la morte (annunciata, aspettata, rimossa) moltiplica se stessa lungo questi racconti, accade più e più volte, nel ricordo, nel presente, nell’immaginario, perché “uno si aspetta l’annuncio da sempre, in fondo si sa che l’annuncio dovrà arrivare, poi in effetti arriva, e la cosa è molto diversa da come uno se l’aspettava, tra il pensiero di una cosa e la cosa c’è molta differenza, tra la cosa e l’attesa della cosa c’è una grande differenza”. Quando non è espressamente la figura della madre ad emergere, c’è il significato di un legame, sempre morboso e malato, risentito e frainteso, con la famiglia: un padre che si rifiuta di accettare la “famiglia svizzera” della sorella, un marito fedifrago e uxoricida che tradisce la moglie con la giovane cugina, un vedovo ridotto in miseria dal sordo rifiuto della ricca famiglia della moglie. Ma le pagine più oscure e magnetiche restano quelle legate alla voce di un figlio, una voce a tratti livorosa, che dal visionario resoconto dell’attesa della visita da un neurologo, alla malattia conseguente alla frattura di un femore, arriva fino alla descrizione spietata e minuziosa della infinita e prosciugante agonia della morte che si manifesta nel corpo della madre, descritto fino alla fine, nella sua immobile fisicità. E il vero protagonista della raccolta di Longo, sempre diverso eppure così simile da un racconto ad un altro, è sempre questo: il rapporto con una madre, con un’idea di donna che pervade pensieri, ricordi, e vita presente di un uomo dalla psiche devastata. In una pagina, se non quando per interi monologhi, quello che emerge, che resta, che “segna”, è la figura materna. Coraggiosa, superba, cattiva, nefasta, eppure imprescindibile. Giuseppe O. Longo ha voluto dipingere con toni lugubri e da molteplici punti di vista un unico grande ritratto del complesso edipico, quel fin troppo consapevole desiderio di amare una sola donna, colei che ti ha dato la vita e che morendo se ne porta via un pezzo. Nato a Forlì nel 1941, Longo insegna dal 1975 Teoria dell’Informazione alla Facoltà d’Ingegneria Elettronica dell’Università di Trieste. La sua attività scientifica come esperto di intelligenza artificiale e delle conseguenze dello sviluppo tecnologico su società e comunicazione lo ha portato a svolgere una densa attività di conferenziere. Per Mobydick ha pubblicato, fra gli altri titoli, anche Prove di città desolata (2003) e Trieste: ritratto con figure (2004).

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER