La canzone dell'immortale

Spazio intergalattico, futuro imprecisato. L’universo è diviso in cittadini a tripla A e cittadini di serie B. I primi, detti anche immortali, vivono fuori dal tempo e dallo spazio, non hanno bisogno di mangiare, bere e dormire e sono dotati di corpi autorigeneranti. I secondi, i derivati, sono coloro che vivono – o meglio: che tentano di sopravvivere – nel pianeta perduto, in cui ci si arrabatta come si può tra mille, degradanti e degradati espedienti. In questo spazio liquido e fluttuante il tempo scorre così: imperturbabile per gli immortali, inesorabile per i derivati. Poi a un certo punto di un non meglio precisato momento, un immortale viene raggiunto da un messaggio telepatico: “Scrivimi una canzone”. A inviarglielo è Elisia, una sacerdotessa – immortale pure lei, ovviamente. Elisia ha scelto di vivere una vita casta e ascetica, separata dagli altri. Dopo quel primo, telegrafico messaggio, Elisia non si è fatta più sentire, chiudendosi in un silenzio carico di attesa. In un primo momento l’immortale rimane spiazzato. Poi si rende conto – rimanendo forse ancora più spiazzato – che non è in grado di scrivere nessuna canzone. E infine giunge alla consapevolezza – ce lo spiazza oltremisura – di dover chiedere aiuto a un abitante del pianeta perduto…

Oltre che giornalista, Paolo Pasi è anche musicista. E in questo romanzo lucido e futuristico l’autore unisce con grande originalità le due componenti musica e scrittura. Tutto parte dalla dedica, in cui Pasi parla per la prima volta di un certo “ospedale delle canzoni”, che tornerà poi all’interno del romanzo. In secondo luogo, i capitoli del libro sono divisi – quasi si trattasse di un disco – in lato A e lato B. Lato A per l’immortale, lato B per il derivato. Due facce della stessa medaglia. Due storie agli antipodi che poi forse così agli antipodi non sono. Due mondi diversi e lontani che hanno più punti di contatto di quello che i protagonisti possano credere e sperare. Infine, il contenuto della vicenda ruota tutto intorno a una canzone. La prosa di Pasi non è – come ci si potrebbe aspettare visto il tema del libro – una prosa musicale, sinuosa e articolata. Tutt’altro. Quella di Pasi è una scrittura giornalistica ed essenziale, che arriva dritta al punto, senza troppi giri di parole e senza inutili abbellimenti. Una scrittura camaleontica, diversa e coerente per il lato A e per il lato B. Forse la forza del libro, la sua vera tensione narrativa, si nasconde proprio in questo espediente così semplice eppure così efficace. Un romanzo sulla musica, nella musica e per la musica. Un romanzo da ascoltare.



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