La capilla pequeña

La capilla pequeña
Una cordiale corrispondenza tra Pietrasanta e Santiago di Cuba. Amos Vivaldi, scultore, maestro nella sua arte, ha il compito di trasformare il marmo più prezioso del mondo in ciò che era la cosa più preziosa del mondo per Alfonso da Silva: suo figlio Juanito, morto tragicamente all'età di vent'anni. Nascoste tra le righe di formalità e sincera amicizia c'è un'ambizione monumentale, la costruzione di un mausoleo del tempo dove le generazioni presenti passate e future si fonderanno nella dimensione ascetica del ricordo... Tucomas, dove la civiltà azteca sembra narcotizzata da riti antichi e profetici, fatti di sacrifici umani, di re-incarnazioni mariane, di oracoli, di vendette, di sacro e di profano si gioca la partita della sopravvivenza tra culto e tecnologia; sullo sfondo, il ticchettio sordo di un telegrafo... Un uomo disperso in una boscaglia al calar della sera, un picchio gli fa da guida lungo un percorso in cui sogno e realtà paiono confondersi e dove il passato riemerge da una palude di alligatori e tartarughe…
Non è quasi mai vera la frase “dimmi chi sei e ti dirò come scrivi”, ma in questo caso si sente che Vincenzo Stefano Luisi è medico. La linearità con la quale scrive non lascia spazio all'imprevedibilità, persino il caos mistico resta pur sempre circoscritto all'interno di un disegno destinato a compiersi. La diagnosi dei sentimenti è chiara, definibile nell’indefinibile; certo, a scapito delle particolarità dei singoli, che spesso sembrano uniformarsi alla solennità della narrazione. Le descrizioni fisiche dei protagonisti (nel senso più specifico della corporeità) non sembrano poi così accurate, proprio perché l’autore preferisce concentrarsi maggiormente sulla dimensione ascetica. Dopo tutto “La capilla pequeña” e “Periplo”, pur non essendo specificamente drammi teatrali come “Tucomas 1 luglio 1825”, si adatterebbero squisitamente alla sceneggiatura. Più che nella lettura, dunque, questi tre 'viaggi' potranno essere apprezzati nella declamazione onirica di qualche cantore, così che il lettore possa quasi chiudere gli occhi e percepire tutta la forza dell’evocazione. Allo stesso tempo, sibila quasi soffocata una tenerezza paterna e terrena, il soffio di un amore sempre presente, ma forse mai pienamente manifestato; quasi il libro assumesse i contorni indefinibili ma lievi di un gesto di conforto nei confronti di tutti quei genitori che hanno perso un figlio o che sono quotidianamente angosciati dall'idea di non fare mai abbastanza per i propri piccoli principi.

Leggi l'intervista a Vincenzo Stefano Luisi


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