La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta

La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta

Quella storia non è cominciata affatto a Vigàta, ma nientemeno che nei pressi della piazza del Pantheon a Roma, in una stanzetta di un albergo ad ore, il 2 marzo del 1912. Proprio lì dentro si era consumato un delitto passionale quando il barone Paternò aveva pugnalato a morte la sua amante; sarebbe potuto essere un succulento ma passeggero fatto di cronaca se non si fosse trattato “nentidimeno” che della bellissima contessa Giulia Trigona di Sant’Elia, sposata e soprattutto prima dama di compagnia di Sua Maestà la Regina Elena. Anche nel circolo di Vigàta se ne discute e don Vincenzo è convinto che se invece che in quell’albergo “fituso” i due amanti si fossero incontrati in un luogo più consono, dove avrebbero protetto meglio la loro privacy per rispetto alla corte reale, non sarebbe successo “tutto il gran burdello che ‘nveci è stato fatto con gran danno del bon nomi della corti riali”. Il suo parere non tarda ad esprimerlo anche il repubblicano don Michele, poco sicuro della virtù delle dame della Regina. Non l’avesse mai sentito il sopraggiunto colonello Anselmo Capatosta, “monarchico fino alla sola delle scarpi”! Una parola tira l’altra e il colonello, ritenendo offese le nobildonne tutte, la Regina e tutto il palazzo reale, chiede soddisfazione; don Michele accetta “e gli ammollò un càvucio nei cabasisi”, a mò di conferma. Ma non finisce qui perché da questo momento a Vigàta comincia a diffondersi una vera e propria “pidemia di duello”… Giacomino Agirò è “un trentino biunnizzo, sdilicato, sicco sicco, completamenti pilato, con le palpebri sempi calate a mezzo da pariri ‘n punto d’addrummiscirisi”, ed è figlio della ottantenne baronessa Caterina Argirò, che lo ha avuto a cinquant’anni, concepito in una notte nella quale la Madonna dei Sette Dolori le aveva confidato che quello era il momento giusto per farlo, e nella quale era morto d’infarto il marito, forse a causa dei “vint’anni e passa di non praticanza”. Senonché il giovanotto è cresciuto attaccato perennemente alle gonne della madre che ancora al mattino si informa se sia “annato di corpo” regolarmente e si fa mostrare la lingua. Quella mattina in chiesa ci vanno ad un orario insolito per loro e madre e figlio sono costretti a sedere in un banco dell’ultima fila. Per non lasciare che sua madre sieda accanto alla gente comune Giacomino finisce accanto ad una giovinetta. Non ci aveva nemmeno fatto caso ma ad un tratto ha cominciato a sentire uno strano calore sulla parte esterna della gamba; quando le scorge il viso resta senza fiato. Il caso (il caso?) vuole che qualche giorno dopo quella ragazza suoni al portone di Palazzo Argirò… Quando “Sò Cillenza” Enrico Falconcini, nato a Pescia, deputato ad Arezzo e poi a Bibbiena, viene nominato prefetto e inviato a Montelusa certamente non immagina a cosa stia andando incontro. Eppure avrebbe dovuto sospettare qualcosa dopo il viaggio per mare (il primo della sua vita) funestato da una tempesta che gli ha fatto vomitare anche l’anima e magari dopo il terremoto che lo accoglie allo sbarco a Vigàta, quando i musicanti invece di attaccare a suonare per dargli il benvenuto, scappano spaventati. Appena arrivato a destinazione, il generale, giunto a salutarlo alla testa di un congruo drappello di soldati, viene richiamato per andare ad inseguire Garibaldi che ha appena passato lo stretto. Non sa, Falconcini, che sta per essere investito da una carambola di eventi che lo travolgeranno con tutto il suo nordico rigore…

Per la quarta volta Andrea Camilleri torna a raccontarci le storie della città di Vigàta, invenzione pura che catalizza la storia, gli aneddoti, lo spirito, se vogliamo anche l’anima della Sicilia secondo lo scrittore empedoclino. Lo ha già fatto con Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta del 2011, La regina di Pomerania e altre storie di Vigàta del 2012 e Le vichinghe volanti e altre storie d’amore a Vigàta del 2015, ogni volta, fatte salve le normali disomogeneità delle raccolte, sempre con esiti gradevolissimi assolutamente imperdibili. Gli otto racconti di questo volume abbracciano un ampio arco cronologico che va dal 1862 al 1950, attraverso il Ventennio che, come capita puntualmente con questo scrittore, regala le situazioni più divertenti e surreali. L’umorismo è la chiave di volta che regge ogni storia, sempre in agguato tra le pieghe degli eventi e pronto a colpire il lettore intento con un colpo di coda improvviso, a dissacrare finti altari sui quali si celebrano virtù apparenti, intrighi di amori solitamente clandestini, ma anche storie di avide astuzie o, a seconda dei punti di vista, di acute beffe, talvolta anche criminali, escogitate per una forma di rivalsa nei confronti del destino. Sei di questi racconti sono inediti, due invece sono stati pubblicati nel 2010 dalla rivista Stilos, quello forse più originale dedicato ad un tale che possiede una dote unica equiparabile all’orecchio assoluto, definita “palato assoluto”, e l’altro, esilarante come tutte le volte che i siciliani entrano in contatto con assurdi personaggi arrivati dal nord, che narra invece una storia sostanzialmente vera e che soprattutto riporta anche un aneddoto carinissimo a proposito di Luigi Pirandello e delle sue origini. Questa seconda storia, avverte l’autore, è raccontata anche dallo stesso protagonista Enrico Falconcini nel suo libro Cinque mesi di prefettura in Sicilia (peraltro edito da Sellerio nel 2002). Fatti storicamente veri, spesso soltanto spunti, si mescolano come sempre alla fantasia divertita del vecchio narratore che, almeno in questo tipo di racconti come anche nei romanzi “storici”, ancora non mostra affatto la corda. Il linguaggio – come è noto meravigliosamente artificiale, cosa che per alcuni è motivo di critica aspra quanto francamente incomprensibile – resta l’ingrediente gustoso principale, l’anima di uno stile personalissimo e spassoso. Misteri, leggende, antichi usi, vissuti contadini, folklore, una fede semplice e primordiale, atmosfere surreali e tragicomiche: ci si commuove e si sorride, insomma, come a teatro; d’altra parte Camilleri ha sempre detto di scrivere ispirandosi proprio al teatro, oltre che di aver attinto a letture e memorie di realtà, persone e fatti accaduti in Sicilia, “perché straordinarie sono le persone – anche le più normali – che ho osservato, notato, conosciuto”. In questa forma teatrale, in questo sfondo che pare un palcoscenico è impossibile non riconoscere echi di Pirandello, come ogni volta in questa storie, con uno spazio largo lasciato alla sensualità, meglio alla carnalità, ingrediente essenziale e prepotente ma privo delle sbavature che talvolta si riconoscono con dispiacere in scritti di diverso genere dello stesso Camilleri. È questa dimensione di cantastorie quella che meglio si attaglia al vecchio Maestro, e se l’invito è a non perdervi mai una di queste sue prove, l’augurio è che a lungo ancora possa regalarcene.



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