La casa d’inferno

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Dicembre 1970. Lionel Barrett, un fisico che ha dedicato tutta la sua carriera a trovare una spiegazione scientifica per i fenomeni paranormali (e pensa di averla trovata, ha addirittura creato un macchinario per “misurarli”), viene convocato dal miliardario Rolf Rudolph Deutsch. L’uomo – ottantasette anni, calvo, pallido e scheletrico – riceve Barrett in camera da letto: è vicino alla fine e vuole sapere se “ci sono fondamenti concreti” dell’esistenza della vita dopo la morte. Per far questo ha deciso di finanziare una spedizione alla famigerata dimora dei Belasco, nel Maine, una gigantesca villa conosciuta come “la casa d’inferno” e considerata unanimemente dagli studiosi del paranormale la casa posseduta più pericolosa del mondo. I tre esperti che il miliardario morente ha scelto – Barrett, appunto, la medium spiritista Florence Tanner e Benjamin Franklin Fischer, medium anch’esso ma soprattutto unico sopravvissuto di un tentativo analogo finito in tragedia nel 1940 – riceveranno 100.000 dollari a testa, una somma enorme, per tentare in tutti i modi di capire se le presenze che a quanto si dice infestano la casa siano effettivamente spettri (il che proverebbe l’esistenza di un Aldilà) o fenomeni fisici di qualche sconosciuta natura. Barrett accetta, malgrado non digerisca affatto di dover lavorare, lui che è uno scienziato, a fianco di due personaggi che giudica quasi folkloristici. Deutsch lo congeda bruscamente: lui, la Tanner e Fischer hanno una settimana di tempo per portargli una risposta, qualunque sia. Tre giorni dopo, due Cadillac nere attraversano la foresta del Maine dirette a villa Belasco. A bordo i tre esperti e la moglie di Barrett, che non ha voluto mandarlo da solo in un luogo con una fama così mostruosa. Ci sono stati già due tentativi di svelare i segreti della “casa d’inferno”, e sono finiti con otto morti, suicidatisi o uccisi dai compagni impazziti…

Innanzitutto, una doverosa premessa. Nel 1971, quando questo romanzo fu pubblicato (da subito con grande successo, peraltro), Stephen King non aveva ancora esordito come scrittore. Un particolare non da poco, perché leggendo La casa d’inferno il lettore si imbatte in una serie di caratteristiche che hanno reso King una leggenda della letteratura horror: la struttura narrativa a capitoli brevi narrati dal punto di vista dei diversi personaggi, lo stile privo di qualsiasi orpello goticheggiante, l’utilizzo della vulnerabilità, dei segreti e delle miserie dei personaggi come una crepa su cui il Male fa leva. Impossibile non pensare alla casa Marsten del capolavoro kinghiano Le notti di Salem mentre si legge la descrizione di villa Belasco. Impossibile non pensare a Hubert Marsten mentre si legge la storia del perverso Emeric Belasco. Già, Belasco: qui Matheson tratteggia un villain davvero spaventoso, un ricco borghese dei primi del 900 alto quasi due metri e dal fascino tenebroso che in un’atmosfera decadente à la Alistair Crowley e con il mito dichiarato de Le 120 giornate di Sodoma di Donatien-Alphonse-François de Sade, si getta a capofitto nella ricerca della sessualità più perversa possibile, della blasfemia più urticante possibile, della violenza più gratuita possibile, in una nera escalation che crea una sorta di “buco nero” nella sua cupa dimora. Matheson dunque sfodera un horror seminale e genuinamente spaventoso, a parte l’impianto che un critico statunitense ha acutamente definito “à la Scooby Doo” (ma senza risate!). Al centro dell’attenzione del Male che abita la casa d’inferno – ma anche dell’occhio dell’autore – i due personaggi femminili, due donne molto diverse tra loro (Florence Tanner è una ex attrice dalle forme esplosive, Edith Barrett una nevrotica che ha sempre represso la sua omosessualità) che hanno causato accuse di maschilismo al libro ma che gli donano anche un fascino da B-movie (come il Dopo la vita diretto nel 1973 da John Hough e tratto dal libro) che lo nobilita anziché sminuirlo.



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