La casa dei padri invisibili

La casa dei padri invisibili
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Il piccolo Brando vive con sua madre Maria Teresa e sua nonna June a Echo Park, Los Angeles, in una piccola casa su di una ripida collina. Suo padre, Candido Ulloa, li ha abbandonati quando Brando aveva solo tre anni e il bambino ricorda molto poco di lui dato che sua madre ha sempre considerato chiuso l’argomento. Maria Teresa è una donna bella, fragile e insicura – al contrario di June, tosta, conosciuta da tutti e rispettata nel quartiere ‒ che non riesce a stare da sola. Bravissima a mentire e ad inventare storie folli capaci di incantare chi ascolta, riesce a confezionarne una bella grossa anche per suo figlio: in seguito all’abbandono di Candido, infatti, Teresa decide di rinnegare per sempre le sue origini messicane e cresce Brando come fosse un nativo americano ‒ una menzogna non difficile da portare avanti vista la fisionomia del bambino, lunghi capelli e occhi dalla forma allungata ‒ nella convinzione che il suo padre biologico sia Paul Skyhorse Johnson, un attivista indiano americano rinchiuso in cella per rapina a mano armata. In realtà Teresa conosce Paul per corrispondenza (convincendolo in seguito ad adottare lei e suo figlio e a dargli il proprio cognome) così come per posta conosce tutti gli altri uomini della sua vita, uomini che le offrono protezione e denaro in cambio di un tetto sopra la testa e di un letto caldo. Peccato che nella maggior parte dei casi si tratti di imbroglioni impenitenti con cui Brando è costretto, suo malgrado, ad instaurare un rapporto padre-figlio: dapprima c’è una sorta di resistenza, poi pian piano subentra la fiducia e infine, l’affetto, puntualmente tradito quando gli pseudo padri imboccano la porta e scappano portandosi via – oltre ai soldi – anche un pezzetto del suo cuore. Frank è il regolare, quello con un lavoro vero; Rudy è il senzatetto, Pat il cuoco, Robert il ladro, Paul il grande capo. Fuori uno, dentro un altro. “ Almeno non ci si annoia mai”, come ci tiene sempre a ricordare Teresa…

Da un lato l’assenza di una figura paterna stabile, dall’altro la presenza ingombrante e opprimente di una madre che dispensa un affetto bizzarro, fatto di amorevoli slanci così come di improvvise sfuriate corredate dai peggiori epiteti: difficile per Brando Skyhorse trovare un equilibrio in mezzo a questa tempesta, oppresso da due donne istintive, passionali, spesso volgari che cercano, a modo loro, di regalargli una parvenza di famiglia. L’autore ‒ oggi insegnante di scrittura creativa alla Wesleyan University, Connecticut ‒ scopre le sue reali origini solo all’età di tredici anni, quando si accorge che le bugie di Teresa proprio non stanno in piedi, salvo mettercene altri venti per contattare il suo vero padre, Candido, che per tutto quel tempo gli ha vissuto praticamente “a fianco” (in una cittadina a mezz’ora di macchina da Echo Park) senza palesarsi mai. A chi gli chiede il perché sua madre abbia voluto abbandonare le sue origini, Skyhorse trova giustificazione nell’immenso dolore causatole dall’abbandono di un messicano, nonché in tutti quegli stereotipi negativi che descrivono l’essere messicano come qualcosa di limitante e poco interessante; ma, afferma l’autore, sua madre era una donna talmente carismatica che non avrebbe avuto nessun bisogno di reinventarsi per piacere, data l’attrazione che suscitava in chiunque le orbitasse accanto. Sebbene la sua vita sia stata costellata da costanti delusioni, e sulle sue spalle pesi – e sempre peserà – un “fardello” genetico ed educativo un po’ folle e fuori dagli schemi, l’autore non si abbandona mai alla commiserazione nel raccontare le sue memorie: usa invece un tono leggero, scanzonato, e una buona dose di autoironia; e nelle sue parole non troviamo traccia alcuna di rancore per quelle due donne che sono state (e sempre saranno, anche da lassù) il centro del suo mondo, ma solo affetto, nostalgia e tanta comprensione per chi non è stato in grado di dimostrargli che in fondo, in quel continuo viavai, è stato l’unico uomo a contare per davvero.



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