La casa della seta

La casa della seta
Nella sua variegata clientela Sherlock Holmes vanta personaggi di ogni ceto e tipo. Quello che, in un freddo novembre del 1890, sale i diciassette gradini che portano al suo appartamento appartiene al genere vistosamente elegante. Si chiama Edmund Carstairs, commercia in quadri, è abbigliato come se stesse per debuttare su un palcoscenico e ha un problema che lo terrorizza. Uno straniero con un basco in testa lo sta spiando. Si tratta del capo della banda che in America, nel corso di una rapina a un treno, gli ha accidentalmente distrutto quattro pregiati paesaggi di Constable. Carstairs, insieme all’acquirente delle tele perdute, aveva ingaggiato un agente della Pinkerton per assicurare i malviventi alla giustizia. Solo uno era scampato allo scontro a fuoco che ne era seguito ed ora ha attraversato l’Oceano per vendicarsi. Holmes per stanarlo sguinzaglia gli Irregolari di Baker Street. Quei mocciosi scalzi e cenciosi che talvolta utilizza come segugi hanno il fiuto precocemente affinato dall’esistenza ai margini che conducono e sanno setacciare meglio di chiunque altro i bassifondi. Infatti, non ci mettono molto ad indirizzarlo alla fatiscente pensione dove si nasconde il bandito. Quando Holmes sta per bussare alla sua stanza, un rivolo scuro filtrato da sotto la porta gli anticipa l’orrore che troverà all’interno. Ma è la scomparsa di Ross, uno dei suoi giovanissimi informatori, a dare una svolta sinistra all’inchiesta, avviandolo su una pista dove incapperà in brutture difficili da mandar giù. Ci sono malvagità che riescono a turbare persino un esperto di menti e comportamenti criminali, e luoghi sui quali è pericoloso indagare anche per il più temerario dei detective. Luoghi come la Casa della Seta, su cui convergono tutti gli indizi. Chi la conosce ha paura solo a sentirla nominare. E chi tenta di parlare viene messo a tacere per sempre...
Nella immensa produzione di apocrifi holmesiani La casa della seta è il primo sequel ufficialmente autorizzato dagli eredi di Conan Doyle. Anthony Horowitz si è già fatto le ossa in materia di investigazioni sia come autore di libri per ragazzi, con la serie della giovane spia Alex Rider, sia come soggettista e sceneggiatore televisivo, con gli episodi de “L’ispettore Barnaby” e di “Poirot”. Questa volta si destreggia con l’eroe di Baker Street in un romanzo che sa essere originale pur rimanendo fedele al canone. L’incipit ha un sapore crepuscolare, con un Watson ormai anziano ricoverato in una casa di riposo, che a un anno di distanza dalla morte del suo più caro amico rievoca quegli eventi lontani. Ai tempi in cui erano avvenuti erano troppo mostruosi e compromettenti per essere dati alle stampe e soltanto adesso, con l’avvicinarsi del suo capitolo finale, ha deciso di metterli nero su bianco. In effetti, all’epoca di Doyle questa scabrosa avventura sarebbe stata poco consona allo stile tutto sommato edulcorato delle storie holmesiane, in cui il male non travalica mai esplicitamente i confini del puritanesimo vittoriano. Horowitz ricrea con palpabile realismo la plumbea atmosfera londinese di fine ottocento, snodando gli avvenimenti da un istituto per bambini di strada a un sordido locale, da un triste banco dei pegni a una squallida fumeria d’oppio. La suspense non perde un colpo. Si impenna con l’incarcerazione di Holmes accusato di omicidio, ci regala persino l’apparizione del famigerato Moriarty, schierato a sorpresa contro una malavita che oltrepassa i limiti dell’efferatezza. Con un briciolo di immaginazione riusciamo a presagire cosa nasconda la misteriosa Casa della Seta, ma di certo non arriviamo ad intuire come possa collegarsi al caso del mercante d’arte perseguitato. Invece tout se tient... A voler cercare il classico pelo nell’uovo, Horowitz sbaglia nel far dichiarare a Watson che Mycroft, il flemmatico e geniale fratello di Sherlock, non aveva mai messo piede in Baker Street prima di allora né lo avrebbe mai fatto in seguito. Noi sappiamo dalla vicenda dei “Piani Bruce-Partington” che non è così. Ma sono inezie. Quel che conta è che Holmes è di nuovo fra noi con il suo violino, la sua pipa, il suo genio deduttivo. Una presenza familiare che Horowitz riporta in vita senza far rimpiangere gli originali d’autore.

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