La casa delle voci

La casa delle voci

“Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra. Oppure, il più pericoloso”. Cerca di non dimenticarselo mai, Pietro Gerber, quando osserva i suoi piccoli pazienti e aspetta senza fretta che trovino il momento giusto per parlare, perché ognuno di loro ha il suo tempo, come gli ha insegnato “il signor B.”. Nell’antico palazzo del Trecento in via delle Scala a Firenze dove si trova il suo studio, siede a terra accanto a uno di loro, il piccolo Emilian, il bambino spettro, sei anni e pelle diafana, per capire quanto di quella “storia dello scantinato” cui ha accennato tempo prima una sola volta alla maestra, sia vero. Una gran brutta storia. Gerber è uno psicologo infantile specializzato in ipnosi, ma il senso della sua missione è riassunto nella definizione che ha imparato da colui che gli ha insegnato tutto del suo lavoro, suo padre, ovvero “addormentatore di bambini”. Abbassando il livello di veglia ed escludendo così l’interferenza esterna, si consente ai bambini – nello specifico, bambini traumatizzati da ferite da tentare di rimarginare – di aumentare la percezione di sé, abbassare le difese e raccontarsi. L’ipnotista lavora a fianco di un magistrato, una donna che conosce da tanti anni, e quindi collabora con la polizia. Quel giorno, ancora turbato dalla conversazione post seduta durante la quale la donna ha fatto cenno al “signor B.” – il cui ricordo ogni volta gli causa una fitta di dolore e di qualcosa simile all’odio, a partire da quell’ultima volta che lo ha visto prima che morisse –, all’improvviso squilla il cellulare e sul display compare un numero sconosciuto con un prefisso internazionale da cui lo hanno già cercato mentre era in udienza. Tra le scariche della linea disturbata, mentre una tempesta lo coglie tra le strade della città, Pietro riesce a capire che una collega, tale Theresa Walker, lo chiama da Adelaide in Australia, dopo aver trovato il suo numero sul sito della Federazione Mondiale per la Salute Mentale, per sottoporgli un caso. Sostiene che durante una prima seduta di ipnosi con una paziente di nome Hanna Hall, la giovane abbia cominciato ad urlare mentre ricordava un omicidio – visto? commesso? – quando aveva circa dieci anni; la vittima un bambino di nome Ado, sepolto da qualche parte nella campagna toscana dove la bambina viveva all’epoca con la sua famiglia. La giovane donna crede di essere l’assassina e adesso sta arrivando in Italia per incontrarlo. Pietro Gerber non si occupa di adulti, non crede nell’amnesia selettiva e soprattutto c’è qualcosa in tutta la storia che lo rende diffidente. Tuttavia, il pensiero di quel povero bambino lo turba e, d’altra parte, Hanna Hall è già in viaggio. Alle otto di un grigio mattino d’inverno, in anticipo rispetto all’appuntamento, Gerber incontra Hanna, trent’anni fragile esile, vestita in maniera dozzinale e completamente di nero, lunghi capelli biondi raccolti in una coda. Già durante la conversazione iniziale la situazione appare strana e inquietante, lei lo rende nervoso. Hanna che mentre racconta i suoi racconti confusi gli afferra il braccio con la sua mano gelida; Hanna che racconta di Ado che, nelle case delle voci in cui lei ha vissuto con i suoi genitori, veniva a trovarla di notte e si nascondeva sotto il letto; Hanna e le rigide regole che le hanno insegnato, “Regola numero uno: gli estranei sono il pericolo”…

Decimo romanzo, atteso con impazienza dai suoi fan, per Donato Carrisi, uno degli autori italiani (non sono poi così tanti) capaci di balzare immediatamente al vertice delle classifiche di vendita. I suoi romanzi sono diventati un must per gli appassionati del thriller di casa nostra e quelli che hanno avuto anche una versione cinematografica, per la regia dello stesso Carrisi – come il recente film omonimo tratto da L’uomo del labirinto – hanno registrato un certo successo anche al botteghino. Questo romanzo non ha legami con nessuno dei precedenti – in alcuni dei quali ci sono protagonisti che ritornano – e anzi se ne distingue perché non vi sono morti né assassini e niente sangue, ma conduce il lettore in mezzo ad incubi che in qualche modo possono riguardarlo da vicino, così come nella storia si fanno più inquietanti quando l’ipnotista finisce per confondere quelli farneticanti della paziente con i propri. Ha detto infatti Carrisi che “il thriller è il racconto del lato oscuro dell’essere umano e il lettore che si accosta a queste pagine sa benissimo che potrebbero fargli da specchio”. È l’enigma, un intreccio di misteri e dubbi ciò che riesce a creare l’atmosfera angosciante che domina nel romanzo, accentuata da elementi ricorrenti cari all’autore come le favole o le cantilene infantili. In una intervista Carrisi ha raccontato come è nata l’idea del romanzo. Pare che durante una cena tra amici uno di loro abbia raccontato una storia inspiegabile vissuta nell’infanzia, ovvero di aver sentito qualcuno sedersi sul proprio letto la sera della morte di sua zia. A questo punto anche gli altri hanno cominciato a raccontare le loro esperienze e lo stesso Carrisi dice di aver vissuto qualcosa di simile perché ricorda di una strana telefonata ricevuta una notte, durante la quale una voce amica aveva detto soltanto ‘ciao’ e aveva riattaccato, per poi scoprire che il caro amico di famiglia cui apparteneva quella voce era morto il giorno prima. Sono elementi inquietanti di questo genere, queste paure sottili e vaghe, questi mostri sotto il letto, queste suggestioni che affondano nell’infanzia a creare l’atmosfera tesa in cui si muove la storia dell’ipnotista e della sua misteriosa paziente. “Il personaggio – dice Carrisi – nasce dall’esigenza di scrivere un thriller eliminando i cliché del genere, quindi non utilizzando né l’investigatore, né la vittima, né il carnefice. Volevo scrivere un thriller psicologico puro, che facesse molta paura, e desideravo che questa paura non fosse suscitata ma evocata, trattandosi di una sensazione già presente nel lettore. […] Quanto all’ipnosi confesso che sono stato sempre affascinato da questa tecnica esplorativa molto efficace che si usa spesso con i bambini, perché i bambini non sono complessi, sono abbastanza elementari, ma è proprio la loro semplicità a spiazzarci, e quindi decifrarli attraverso l’ipnosi mi sembrava uno spunto interessante”. In queste parole sono riassunti praticamente tutti gli elementi che Carrisi considera suggestivi e che tali ha voluto fossero anche per il suo lettore. E, in effetti, ottiene il risultato voluto in questo romanzo che si legge, come al solito, velocemente perché scorre e intriga il lettore coinvolgendolo nella storia di Pietro e Hanna, una storia che pare un caso di transfert terapeutico per rivelarsi invece colma di ben altri misteri. Tuttavia stavolta si ha la vaga sensazione che qualcosa non sia pienamente a fuoco, come se fosse sfuggito al pieno controllo l’elemento capace di tenere la tensione alta in maniera costante, fino ad un finale che per certi versi è sorprendente, per altri ha l’effetto di un déjà vu per il lettore che segue un certo filone abbastanza di moda negli ultimi tempi, all’interno del sottogenere del thriller psicologico. Pur evitando fastidiosi spoiler, basti citare un romanzo considerato – a torto o a ragione - una delle rivelazioni dell’estate passata, La paziente inglese , opera prima del cipriota Alex Michaelides. Chi legge abitualmente Carrisi non si lasci ovviamente condizionare da quella che potrebbe benissimo essere una suggestione personale; questo è comunque un romanzo assai piacevole che andrebbe certamente letto da chi ama il genere, tra l’altro – a detta dello stesso Carrisi – ispirato a Stephen King, in assoluto il suo autore preferito. Alla domanda riguardo una eventuale versione cinematografica de La casa delle voci, l’autore ha detto che ogni volta che scrive un libro pensa all’effetto finale, all’immagine finale sullo schermo. Ma che bisogna che si trovi un momento giusto per realizzare un film da un romanzo. Una risposta che, a ben guardare, suona proprio come un “E perché no?”. Aspettiamo sviluppi.



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