La casa di mio padre

La casa di mio padre
Un Signor Nessuno incontrato in un bar. Nessuna voglia di scrivere, molta voglia di raccontare, che affida ad un curioso scrittore incontrato per caso le proprie memorie. Attraverso questo immaginario Signor Nessuno, lo scrittore turco Orhan Kemal ricostruisce la propria vita a partire dai primi frammentari ricordi. Cinque anni, il mondo visto perlopiù dallo sgabuzzino in cui suo padre lo rinchiudeva in attesa dell’epica bastonata che per un pretesto o per l’altro lo attendeva tutte le sere, l’inettitudine scolastica, la paura paralizzante che presto si trasforma in spavalderia vessatoria nei confronti dei suoi fratelli più piccoli. Il Signor Nessuno riferisce con tono leggero gli eventi drammatici di cui è stato testimone sempre meno inconsapevole, la rivolta, le pallottole sparate dalle fazioni in lotta le cui traiettorie si incrociavano nel suo salotto, passando attraverso le finestre, l’ascesa e disgrazia del padre come avvocato, politico e giornalista, una madre capro espiatorio, l’esilio, le umiliazioni, la rinascita personale, l’autoaffermazione e il riappropriarsi della propria vita; tutto viene riferito con gli occhi dapprima ingenui e poi sempre più consapevoli del giovane uomo che passa da una lotta quotidiana per sconfiggere la propria fame e quella della sua famiglia, ad una più ampia battaglia di libertà, nella convinzione che grazie alla bontà e alla compassione, un giorno la razza umana tutta potrà sfamarsi e rimanere sazia per sempre…
Non vi sono, nelle memorie del Signor Nessuno (e in quelle di Mehmet Raşit Öğütçü, il vero nome di Orhan Kemal) toni epici, né celebrazioni di eroismi, né tanto meno richiami alla straordinarietà degli eventi storici - come la nascita di una repubblica - la Turchia di Atatürk, le migrazioni di intere popolazioni, le persecuzioni, i genocidi - di cui è stato protagonista al termine della Prima Guerra Mondiale e non c’è nemmeno grande enfasi su accadimenti personali come il carcere condiviso con un grande uomo come Nazim Hikmet, la fame, le umiliazioni. Il testo è un’unica, corale, spesso tragica ma mai meno che serena celebrazione dell’amicizia, dell’amore a volte riverente, a volte astioso per le persone che hanno popolato la sua gioventù, un catalogo spassionato delle sue e delle loro bassezze, meschinità, menzogne. A saper guardare, però, tutto ciò scolorisce spesso in una sconfinata capacità di solidarietà, un senso di autentico, profondo Umanesimo sociale, che può manifestarsi in un campo di calcio, una tipografia o nel laboratorio di una prigione e che lega il giovane Signor Nessuno ai suoi contemporanei in un afflato che non scade mai nel retorico né nel nostalgico.

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