La cattedra sfuggente

Nel 1954 un banditore passa per le vie del paese ricordando a tutti i genitori che mandare i figli a scuola è un obbligo di legge. Disciplina e severità, struttura fatiscente e schiaffoni delle suore non sono proprio quello che si potrebbe definire un buon inizio. Primo giorno di scuola e Ginuzzo già progetta la fuga. Il piano è presto attuato: una finestra aperta, le suore indaffarate a preparare per la mensa e Mino e Ginuzzo sono fuori in un balzo. In giro fino a sera. Inizia con una bella gatta da pelare l’avventura scolastica di Grazia e suo marito. Dopo due anni, solo la prova del grembiulino nuovo e le parole della sorella, maestra sarta, lo riportano davanti al cancello della scuola. Dove ci rimane fino alla fine dell’anno. Trent’anni dopo, Ginuzzo torna nella scuola, ma questa volta da docente di materie letterarie. Precario. Gli studenti sono in fermento: si moltiplicano le manifestazioni a sostegno dei diritti dei lavoratori. La classe però è presa dal gioco delle definizioni: una metafora per descrivere un oggetto. Un oggetto qualsiasi come il vento. Sfogo alla fantasia e alla creatività, fino ad approdare alla poesia. Tra i ricordi del passato e le crudeltà a cui assiste impotente nel presente, Gino non riesce a prendere sonno: l’uomo sa davvero essere l’animale più crudele del mondo. Ma Gino non riesce a rassegnarsi a fare semplicemente lezione: la vita dei suoi alunni non gli è affatto indifferente, a differenza di qualche collega…

Meglio la crudeltà nello stile educativo del passato o l’indifferenza in quello del presente? Senza la pretesa di emettere un verdetto definitivo, La cattedra sfuggente racconta un intero anno scolastico attraversando circa cinquant’anni di storia. I capitoli si alternano tra passato e presente, quasi a rincorrersi, creando un interessante gioco di specchi che aiuta a leggere, specularmente, la difficile realtà della scuola. Il tempo, infatti, sembra fermarsi sui banchi di scuola, tra le ansie e le speranze di scolari, che oggi come ieri, vivono le stesse emozioni. E basterebbe ricordarsi di essere stati alunni, ragazzi anche noi per comprenderli davvero. Scolari, maestre, scuola e famiglie che, in epoche differenti (solo apparentemente lontane), vivono ingiustizie, invidie, apatia, indifferenza. Sentimenti che Cataldo Russo, insegnante e dirigente scolastico per anni, cerca di portare alla luce, raccontando il difficile mestiere del docente, che, al nord come al sud, cerca di andare oltre le apparenze, oltre le intemperanze, fino in fondo al cuore delle esistenze dei ragazzi che gli sono affidati. Gli aforismi che aprono ciascun capitolo ne danno la chiave di lettura e offrono interessanti spunti di riflessione per riscoprire il valore autentico della scuola che, come suggerisce zio Micu, pecoraio saggio, è il luogo “dove si sta insieme, si cresce insieme e dove i perché possono trovare una risposta”. Peccato che oggi lo abbiamo dimenticato.



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