La cattiva strada

La cattiva strada
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Va bene un lavoro rischioso. Poco dignitoso, anche. Va bene pure un lavoro stupido, o assurdo. Perfino mal pagato. Ma un lavoro noioso no: è francamente inaccettabile. E, se si è costretti ad accettarlo - perché non si è riusciti in nessun modo a trovarne uno, nemmeno dei tipi descritti in precedenza - allora non si può che tirare avanti a colpi di alcol e cocaina. Milton Milodragovitch - che sostiene di avere una “dedizione” per la polvere bianca, non una dipendenza - ha trovato solo l’incarico di guardia giurata (dopo aver fatto fallire tutti i precedenti, benintesi). E per lui si tratta di nient’altro che di un impiego temporaneo: presto scadrà il vincolo testamentario sancito dal padre, che lega la consegna della sua eredità al compimento dl cinquantaduesimo anno del figlio, e lui entrerà in possesso del prestigioso e colossale patrimonio dei Milodragovitch. Stando così le cose, non c’è niente di male nel combattere la noia con un po’ di azione sul campo: non sarebbe la prima cosa illegale o immorale che fa, lui, che tiene un alce cacciato di frodo appeso al fresco nella cantina. E forse quella lettera appena consegnata - così laconica e qualunque da sembrare innocua, o da far sospettare che nasconda il peggiore dei tranelli - si presenta al momento giusto: forse, per la prima volta da tanto, potrebbe tornare ad avere un “caso”...

Seconda avventura per l’ex-investigatore privato Milton Chester Milodragovitch, “Milo”, che abbiamo già incontrato nel suo romanzo d’esordio Il caso sbagliato. Per lui il nemico numero uno non è né la fatica né il pericolo, ma la calma piatta di un’esistenza che non riesce a trovare un senso né al fondo del bicchiere né tra le braccia di una donna (il che non vuol dire che abbia mai pensato di rinunciarci, tanto all’uno quanto alle altre). Una vita che rischia di passare sterile in attesa del fatidico compleanno: ci si ritrova spesso a chiedersi, fra le pagine, “Arriverà mai quella data?” E si spera con tutto il cuore di no. (Per inciso, qui si dice che la consegna dell’eredità è legata al 52° compleanno; diversamente da Il caso sbagliato, dove si parla del 53°). Una vita che lui colora - più o meno involontariamente - di scazzottate, inseguimenti, minacce a mano armata, loschi abboccamenti. E molti occhi dolci, molte occhiatacce, tanti occhi neri. Milo Milodragovitch è un “caso” umano dalla morale tutta sua (che si porta volentieri a letto la moglie del vicino, ma poi si dispiace al pensiero che questi faccia il doppio lavoro per lei, ignorandone l’infedeltà), tratteggiato magistralmente a base di battute al fulmicotone e di schizzi esilaranti (come l’approccio con il postino, in apertura). Da leggere a tavoletta, con le cinture ben allacciate.

 

 

 

 
 
 
 

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