La Certosa di Parma

La Certosa di Parma
Italia, primo ‘8OO: caduto Napoleone, l’assolutismo regio torna ad alzare la testa inaugurando la grigia stagione della Restaurazione. Fabrizio è un bel giovane, brillante, coraggioso, generoso, figlio del marchese del Dongo, uno dei più eminenti rappresentanti dell’aristocrazia lombarda. Al contrario del padre e del fratello Ascanio, parrucconi e filoaustriaci, nutre grande ammirazione per Bonaparte e si sente vicino alle idee liberali e democratiche. Così a soli diciassette anni parte alla volta di Waterloo, per dare il suo contributo alla causa napoleonica. Un gesto pagato a caro prezzo: il fratello lo denuncia alle autorità asburgiche e per Fabrizio, presunto giacobino, il ritorno in Lombardia diventa una chimera. A proteggerlo la madre e la zia, la contessa Gina Pietranera, che prova per il nipote un affetto che travalica il legame parentale. È soprattutto quest’ultima ad aiutare il giovane con il poco denaro lasciatole dal marito prima di morire. Da questo momento in poi Gina sarà l’ago della bilancia del destino di Fabrizio. Dopo il matrimonio combinato con l’anziano duca Sanseverina-Taxis, non solo la donna diventa duchessa e per giunta ricca, ma è la dama più apprezzata, per bellezza e per temperamento, alla corte di Ernesto IV, principe di Parma. Con l’aiuto dell’amante, il conte Mosca, ministro e cortigiano del sovrano parmense, Gina riesce a costruire una carriera ecclesiatica per Fabrizio, con la prospettiva di una futura nomina ad arcivescovo. Tutto sembra andare per il meglio, senonché il giovane monsignore uccide per difendersi un attore comico, Giletti, a cui aveva cercato di portare via l’amante. Arrestato, è rinchiuso nella famigerata cittadella di Parma. Ma la prigione invece di far rabbrividire Fabrizio, lo rende felice…
Con La Certosa di Parma Stendhal (pseudonimo di Henri Beyle) accentua il proprio pessimismo nei confronti della Storia. È il romanzo della delusione. Innanzi tutto politica. Come già ne Il rosso e il nero è riproposto il conflitto rivoluzione-restaurazione, ma in una situazione bloccata, che non consente vie d’uscita. La ragion di Stato risulta cinica e retriva, simboleggiata dalla corte di Enrico IV Farnese, luogo di intrighi, bizantinismi, tradimenti, adulazioni cortigiane. Nessuno dei protagonisti è immune da un abito mentale filisteo e pavido, pronto sempre a difendere il proprio particulare. Lo stesso Fabrizio, per quanto istintivo e innocente nell’approccio politico, pur di salvarsi dimentica presto la passione per Napoleone e accetta di buon grado di inserirsi nella gerarchia ecclesiastica, finendo per abbracciare (in)consapevolmente la conservazione. Non è da meno Gina, disposta a soffocare il carattere libertario e ribelle e a giungere a compromessi con il potere per proteggere il nipote. Per non parlare dell’intelligente conte Mosca, il quale, nonostante l’amore che nutre per la Sanseverina, non riesce ad annullare la cortigianeria che lo contraddistingue, causando l’arresto di Fabrizio. La fuga da una politica paludata e immobile, corrotta e ingiusta, potrebbe essere rappresentata dall’amore. Si delinea invece una seconda grande delusione. L’amore, infatti, è sempre contrastato, non riesce mai a realizzarsi compiutamente e felicemente. Vale per Gina, persa dietro a Fabrizio ma incapace di aprire gli occhi sull’impossibilità di una simile relazione, così come per il conte Mosca, che può giungere all’amicizia della duchessa ma non al suo cuore. L’amore di Fabrizio per Clelia, per quanto contraccambiato, è drammatico, in quanto può essere vissuto solo a distanza e nella separazione. La sconfitta dell’amore è la metafora di un’intera epoca, che non è riuscita a rinnovarsi e a cambiare pelle. La Certosa di Parma resta un perfetto esempio di romanzo ottocentesco, con la sua abilità nel mescolare ingredienti diversi - la politica, la guerra, l’avventura, l’amore, le passioni - e mostra ancora oggi notevole modernità e freschezza. Se poi pensiamo a certo malcostume politico italico, che ha fatto della cortigianeria e dell’adulazione un sistema, sembrerebbe essere stata scritta ai giorni nostri.

 

 

 

 
 
 
 
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