La chiave a stella

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Alla mensa per stranieri di una fabbrica in una città dell’Unione Sovietica non meglio identificata, il narratore incontra il connazionale Libertino “Tino” Faussone. Entrambi provenienti da Torino, i due uomini si trovano in Russia per questioni professionali: l’autore deve dirimere una perizia per l’azienda di vernici in cui lavora come chimico e Faussone, che di mestiere fa l’operario specializzato, è stato mandato lì per seguire la costruzione di un escavatore. Essere gli unici italiani nella zona ed esercitare un mestiere simile (entrambi montano costruzioni complesse a partire da piccoli componenti) spingono i due a condividere le rispettive esperienze di vita personale e soprattutto lavorativa. In particolare Faussone, narratore “monotono” che “si esprime spesso attraverso luoghi comuni che forse gli sembrano arguti e nuovi”, ha più di una vicenda da raccontare. Dopo aver imparato l’arte di battere a mano il rame nella bottega del padre ed essere approdato giovanissimo alla Lancia, Faussone decise che la vita sedentaria non faceva per lui. Da allora si sposta da un continente all’altro per seguire i cantieri più disparati, con buona pace delle zie che invece lo vorrebbero sistemato a fianco di una brava donna piemontese. Escavatrici, gru, ponti sospesi, non esistono macchinari che Faussone non abbia incontrato nel suo girovagare solitario e che abbiano resistito all’uso esperto della sua chiave a stella…

La chiave a stella è il primo romanzo “di invenzione” di Primo Levi e gli valse il Premio Strega nel 1979. Trent’anni dopo gli orrori di Auschwitz l’autore torna a interrogarsi sul valore etico del lavoro e lo fa scegliendo non solo di raccontare una storia di fantasia, ma anche ponendosi sotto una luce decisamente ottimista. Le romanzesche avventure che Faussone racconta al narratore sono per la maggior parte tratte da racconti che lo stesso Levi aveva ascoltato e raccolto nel corso dei suoi viaggi come impiegato di una ditta di produzioni di vernici. La professione di chimico, che concorse alla sopravvivenza dell’autore nei campi di sterminio, in un passaggio del romanzo è paragonata dallo stesso a quella di scrittore. Per quanto quindi la chimica abbia giocato un ruolo preponderante nella sua vita, leggendo comprendiamo il desiderio di Levi di abbandonare definitivamente la professione e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Per quanto invece riguarda il personaggio di Faussone e al suo contributo alla narrazione, è innegabile che a lui Levi abbia assegnato il ruolo di portavoce di quell’etica del lavoro di cui sopra. Denominatore comune di tutte le esperienze raccontate da Faussone è non solo la sincera passione per la propria professione, ma anche l’impegno affinché pure il compito più trascurabile sia eseguito con attenzione e massimo rigore. Nonostante il suo stile linguistico “basso” e colloquiale, in cui termini scurrili si alternano spesso al gergo tecnico degli operai, a modi di dire fantasiosamente rielaborati e a dialettismi piemontesi, Faussone ci ricorda che davvero il lavoro nobilita l’uomo e lo rende libero. Una riflessione, quella che Levi ci propone per bocca del suo personaggio, che oggi come non mai, in un’epoca di lavoro in nero, disoccupazione, sfruttamento, risulta necessaria e attualissima.



 

 

 

 
 
 
 

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