La chimera

La chimera

Una bella ragazza, con un neo posto di lato sul labbro sinistro, capelli neri e attitudine taciturna, d’armonia di forme e lineamenti, arriva nel villaggio di Zardino, annus domini 1600, nella bassa della Valsesia. Due contadini, Bartolo e Francesca Nidasio, sono andati a prenderla a Novara, nella Casa di Carità di San Michele, per portarla con loro a Zardino, nella loro famiglia. Sul carro, in mezzo ai sacchi delle sementi di Bartolo, viaggia Antonia Renata Giuditta Spagnolini: Antonia dal santo del giorno in cui fu ritrovata; Renata, in quanto re-nata sopra il torno delle esposte; Giuditta come la bayla che la salvò dall’assideramento; Spagnolini, perché il nero degli occhi e lo scuro della pelle lasciavano ben immaginare una discendenza da uno qualsiasi dei soldati della guarnigione spagnola a Novara. Antonia è curiosa, curiosa del mondo che le si svolge davanti. La sua bellezza eccessiva non tarda a turbare le sorti di Zardino. Cresce e cresce bene, e presto gli uomini si accorgono di lei. Se ne accorgono gli spossati e i frustrati, se ne accorge il cappellano don Teresio, nella sua feroce e quotidiana battaglia contro l’insinuarsi del Diavolo in quel villaggio malato di nefandezze (tenacia pari all’insistenza con la quale porta avanti il suo lavoro di esazione di decime); se ne accorgono le comari di Zardino e le malelingue, se ne accorge Biagio lo scemo del villaggio, tuttofare delle astiose sorelle Borghesini, il quale finisce per delirare per Antonia; se ne accorge uno dei lanzi che balla con lei sulla pubblica piazza; se ne accorge un camminante reclutatore di risaroli, tal Tosetto, che la conduce sul dosso dell’albera e le promette Genova e l’amore. Se ne accorge, infine, il Sant’Uffizio di Novara, nella persona dell’Inquisitore Gregorio Manini, pronto a scrivere le pagine dell’ennesimo processo per stregoneria, contrattacco al Diavolo che è tentatore, “lutterano” e femmina. Antonia, la strega di Zardino…

“Dalle finestre di questa casa si vede il nulla”. Nel nulla compare il pensiero di Zardino, e nel pensiero si forma l’intreccio del romanzo di Antonia con altri romanzi: “il cadavere vivo” del vescovo Carlo Bascapè, il “prete che vola” don Teresio, il camparo Maffiolo, l’Inquisitore e i suoi inservienti, le comari di Zardino, i fratelli cristiani e il pittore Bertlino d’Oltrepò, monsignor Cavagna “oca bianca più che burro”, i risaroli e i contadini della bassa. Tutto questo brulicare, questo “formicaio di moltitudine”, denso e roteante come nei vicoli di Borgo San Gaudenzio in una giornata di mercato senza aggiunte tecnologiche e seguenti meccanizzazioni: “folla, rumore ed escrementi”. La chimera (1990), questa chimera che si profila come il Monte Rosa in paesaggio nitidissimo emerso dal nulla vaporante della bassa, fiorisce su quel neo posto a lato del labbro sinistro del volto di Antonia che è sguardo nello sguardo di Sebastiano Vassalli, occhio interno e respiro di un avvicinarsi e un ritrarsi: messa a fuoco del particolare e distanza ad allargare e comporre architetture verticali storico-narrative e documentario-paesaggistiche. Questa strix è strumento di stupore e meraviglia intorno a un copione che non sfugge dai suoi binari “ritornanti”: il contado e le tracce pagane, la Chiesa e il suo insinuarsi, radicarsi, politicizzarsi, camuffarsi. Vescovi combattenti e solitari attorno ai quali gravita il clero accomodante, dei giochi di potere, di corruzione e mondanità. Ecco, Vassalli e Antonia sono davanti alle loro finestre, a guardare svolgersi questo mondo di mondi, insaziabile movimento, vanità di forme pure necessaria, carne che nella violenza brucia la strega e abbatte la millenaria albera del dosso. “Terra, polvere, fumo, ombra e nulla”, in sintesi “storia del mondo”. Ritorna il nulla, alla finestra, i ritratti sospesi, loro fantasmi di mondo, svaniscono, tornano al silenzio. E ancora la nebbia, premessa al romanzo che è già nucleo di narrazioni, dichiarazione di poetica.



 

 

 

 
 
 
 

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