La città dei ragazzi

La città dei ragazzi

Dal 2002 lo scrittore e professore Eraldo Affinati insegna italiano e storia nella “Città dei ragazzi”, comunità dedita all’accoglienza, all’educazione e all’instradamento professionale di adolescenti in difficoltà. Se alla sua fondazione – nel secondo dopoguerra – il centro, fondato dal Monsignore irlandese John Patrick Carroll-Abbing alle porte di Roma, annoverava tra i suoi ospiti sciuscià e orfani di guerra, oggi è popolato prevalentemente da ragazzi stranieri – afgani, africani, slavi – fuggiti da esperienze di tragico sradicamento o da situazioni di insostenibile miseria e arretratezza. Gradualmente tra il docente e i suoi studenti matura un rapporto di fiducia, di complicità, talvolta espressa talvolta tacita, e di comprensione reciproca. Così, quasi senza accorgersene, l’insegnante accetta di accompagnare due alunni, Omar e Faris, in Marocco, assecondando il loro desiderio di ricongiungersi alle famiglie di origine per il periodo estivo. Marrakech, la città portuale di El Jadida, i villaggi in mezzo al deserto, la campagna costituiscono lo sfondo di un viaggio che diventa per Affinati anche viaggio interiore. L’autore riprende il dialogo con il padre venuto a mancare da alcuni anni e individua, finalmente, quelle risposte che, in vita, il genitore non era riuscito a dargli, congelato nella sua condizione di orfano a sua volta, come gli scolari della Città dei ragazzi…

La letteratura di Eraldo Affinati è una letteratura che non prescinde mai dall’altro da sé, e sovente l’alterità su cui Affinati concentra la sua attenzione è costituita dalla comunità. Ne La città dei ragazzi, la comunità è quella dei suoi scolari; in Compagni segreti (2007), è la “famiglia estetica” degli scrittori che più hanno inciso sulla sua formazione – da Dostoevskij a Tolstoj, da Conrad a Hemingway e Bellow, sino a Rigoni Stern, Fenoglio, Roth e Coetzee – con i quali non smette di interloquire; in Campo del sangue (finalista ai Premi Strega e Campiello nel 1997, e tradotto in tedesco e francese), la comunità è rappresentata da alcuni scampati alle deportazioni naziste nel campo di sterminio di Auschwitz, tra cui la stessa madre dell’autore; al centro di Bandiera bianca (1995) c’è, invece, un gruppo di malati di mente. La scrittura è, dunque, per Affinati un impegno che egli assume per conto di se stesso e in parallelo per conto di altri, che, diversamente, resterebbero senza voce e che, grazie a lui, possono parlare, presentandosi a un mondo che tenderebbe a rimuoverli o a ignorarli. Questo dare e ricevere attraversa per intero il suo ultimo romanzo, comunicando al lettore una struggente speranza, quella di poter scovare ragioni anche laddove si credeva non fosse più possibile recuperarle. A contatto con i suoi studenti, per la maggior parte orfani, Affinati individua la cifra interpretativa all’origine dell’irrisolutezza del rapporto con il padre perduto. Gli studenti della Città dei ragazzi sono degli “specialisti della lontananza, tecnici del distacco, esperti dell’assenza, conoscitori del lutto”, così come suo padre, in vita, era stato un “culturista del vuoto interiore”, in quanto non aveva trovato nessuno a indicargli altre strade. Occupandosi dell’educazione di questi giovani uomini, Affinati risarcisce sia suo padre sia se stesso in un circolo dialettico che finalmente si ricompone. Il tratto empatico della sua letteratura emerge a livello stilistico tramite una potenza espressiva di rara grazia: mai retorico, mai neutro, Eraldo Affinati si conferma autore civile in senso proprio e ancora una volta ci regala un libro che è una preziosa occasione di conoscenza.

Leggi l'intervista a Eraldo Affinati

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