La città di Miriam

La città di Miriam
Stefano Marcovich è un giovane profugo istriano di origini contadine, espatriato a Trieste in cerca di un’occupazione. Qui incontra Miriam Cohen, una ragazza dalla corporatura minuta e flessuosa, le labbra carnose e la pelle scura, gli occhi e i capelli corvini, della quale s’invaghisce e che non tarda ad accoglierlo presso la propria abitazione. Un appartamento situato all’ultimo piano di un palazzo dei primi del Novecento, in cui ella risiede insieme con il padre, uomo generoso e di vasta cultura, e un gatto impertinente di nome Ezechiele. Ottenuto un impiego da giornalista, Stefano sposa Miriam e alla morte del suocero assume le redini della conduzione familiare. Ma, nonostante la sua apparente adesione ai nuovi riti borghesi della società triestina, egli avverte il profondo disagio di condurre la propria esistenza in un tormentato stato di mancata appartenenza. Così come, pur essendo sinceramente innamorato della propria consorte, non riesce a spiegarsi le ragioni per cui non riesce a dominare quell’impulso ossessivo a tradirla che alberga dentro di lui come un ospite scomodo e indesiderato… 
Vi sono romanzi che trovano completezza di senso e adeguato riconoscimento solo a distanza di molto tempo dalla pubblicazione. Il trascorrere degli anni li impreziosisce anziché impoverirli. È il caso de La città di Miriam, titolo simbolico ed evocativo di un bellissimo romanzo di Fulvio Tomizza, che è a suo modo un piccolo capolavoro della letteratura psicologica e di frontiera che discende per diretta emanazione da Italo Svevo. Editato per la prima volta nel 1972, dopo il successo della trilogia su Stefano Marcovich e prima de La miglior vita, con il quale l’autore istriano conseguì nel 1977 il Premio Strega, il libro è ambientato a Trieste e attinge largamente a materiale autobiografico. Il racconto inizia con toni ironici e distaccati, ma si trasforma a mano a mano nella confessione angosciata del protagonista, vittima di una condizione di nomadismo culturale che non gli consente di essere fedele alla propria moglie né devoto alla città che lo ha accolto. Confessione che viene resa con descrizioni crude e sconcertanti, ma elaborati con un magistrale registro e controllo della lingua, che solo un grande scrittore poteva centrare con tale equilibrio. Fino a rendere impossibile tracciare una linea di demarcazione tra realtà e ossessioni psicologiche, tra narrativa e poesia.

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