La città e il fantasma

La città e il fantasma

“A mezzanotte del 13 agosto 1961, nella caserma della polizia confinaria del settore sovietico di Berlino, iniziò a fischiare la sirena d’allarme…”, è la notte in cui si innalza uno dei confini materiali e simbolici più solidi e iconici di tutta la storia recente. Alla porta di Brandeburgo il confine è chiuso, la cortina di ferro trova la sua traduzione in filo spinato e calcestruzzo nel cuore della città divisa. Ventotto anni di pressioni politiche, militari e culturali premeranno su quel muro fino a farlo crollare il 9 novembre 1989, simbolo del collasso di una conformazione geopolitica e culturale internazionale che durava dalla conferenza di Yalta. I motivi che tireranno giù quel muro sono ovviamente molteplici e complessi, non sempre risiedono a Berlino, ma molto spesso anche a Varsavia, Praga, Budapest, Belgrado, Mosca. Quel muro diventa un timpano che raccoglie e registra vibrazioni provenienti da est e da ovest. E in effetti quel muro diventerà anche una sorta di barriera che solo il suono e la musica potranno scavalcare, andando a inculcare il germe della trasformazione culturale che porterà al collasso. Nel 1973 a ridosso di quel muro, in quella Berlino ovest conosciuta come la “capitale mondiale dell’eroina”, arriva Lou Reed, pochi anni dopo David Bowie, Brian Eno, Iggy Pop. I Rolling Stones si esibiscono a Varsavia, a Praga si organizza il Festival della Seconda Cultura, nel quale si esibiscono musicisti underground e gli studenti praghesi continuano a decorare il Lennon Wall, dedicato alla scomparsa dell’autore. Nelle armoniche di chitarre gracchianti e batterie ossessive, si gioca una battaglia cruciale fra i due blocchi. Mentre la spesa pubblica costringe gli stati del Patto di Varsavia ad indebitarsi con le banche del blocco occidentale, le lusinghe “dello scintillante mondo del consumo di massa, dell’allusione sessuale e dell’industria liberale dello spettacolo”, strumenti di quello che oggi siamo abituati a chiamare soft power, esercitavano un’attrazione profonda e irresistibile sulle nuove generazioni. Un’ondata di vibrazioni che avrebbe sfondato il muro, caduto in frantumi al ritmo del violoncello di Rostropovich…

Certo, è tutto tremendamente più complicato di così. L’aspetto musicale e culturale è se vogliamo sovrastrutturale e marginale, rispetto alla vicenda complessiva di quello che fu un collasso interno di un mondo economico-sociale, ma non per questo meno affascinante. Gli dà comunque il giusto spazio, calibrandolo correttamente con l’analisi più strettamente politica ed economica, Davide Grasso in questo saggio densissimo, uscito nel trentennale della caduta del muro. L’autore spazia in tutto il mondo socialista e europeo orientale nello studio dei movimenti sociali, politici e culturali che hanno pian piano creato le fratture e le spaccature foriere del collasso. Ma forse l’aspetto più interessante del libro sta nel suo finale, laddove l’autore viene a guardare al presente e in qualche modo ribalta il campo: se infatti il Muro per antonomasia del ‘900 nasce come dispositivo di controllo della forza lavoro messo in atto dal blocco comunista, è oggi per lo più il cosiddetto “mondo occidentale” che fa uso di quel dispositivo come forma di limitazione e controllo degli spostamenti di massa di coloro che scappano da guerre e catastrofi climatiche, o semplicemente in cerca di condizioni lavorative e socio-economiche migliori. Se il muro di Berlino serviva a “tenere dentro” la gente, i tanti muri contemporanei servono invece a “tenere fuori”: il muro di Trump al confine con il Messico, quello di Ceuta, quello fra la Grecia e la Turchia, quello fra quest’ultima e il conflitto siriano, quello in Cisgiordania e quello fatto d’acqua e d’oblio nel Canale di Sicilia. Solo per nominarne alcuni. E dunque, sebbene si tenda qui da noi a celebrare la caduta del Muro di Berlino come una sorta di trionfo della libertà sull’oscurantismo, è ipocrita non costatare come quello strumento sia oggi da noi messo in campo in maniera massiccia a difesa di privilegi e rendite di posizione geopolitiche. Questo libro ci aiuta a mettere in prospettiva questa storia.



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