La città interiore

La città interiore

È il giorno della liberazione dal nazifascismo, quel 4 maggio 1945 che la storia ricorderà con l’ingresso delle brigate partigiane di Tito nella città di Trieste. Cessano gli spari mentre il ragazzino di sette anni attraversa la città con una sedia rovesciata in testa, calpestando i cocci della battaglia. Il bambino sorride al mondo e “si muove come un migratore lungo le rotte celesti. Non conosce i nomi delle vie, segue riferimenti emotivi, talvolta geometrici, i colori delle insegne, le fughe di luce verso la marina, i volumi dei pieni e dei vuoti tra i palazzi, le chiome degli alberi”. In tasca un indirizzo, deve raggiungere suo padre alla Seconda divisione neozelandese dell’VIII armata inglese. Suo padre si chiama Marcello Covacich, sloveno di origini ma nato a Trieste, comunista, un uomo difficile, spigoloso, a tratti cattivo. I rapporti con Flavio, suo figlio appunto, socialista, autista di autobus, non saranno mai idilliaci almeno fino alla fine quando se non altro cominciano a sopportarsi. La madre Lisa è un faro nella vita di Flavio, parrucchiera a domicilio, coriacea, coraggiosa e attentissima all’economia familiare. Mauro Covacich ha ricordi teneri di sua nonna, ne conserva ancora l’agendina rossa dove la donna ha raccolto tutti i suoi pensieri e i suoi scritti imperfetti. La memoria passa veloce di mano in mano attraverso gli anni difficili dopo la guerra e la faticosa indipendenza della città friulana con il trattato di Parigi, la fine del protettorato americano nel 1954 e il trattato di Osimo del 1975. Anni imbastiti sulla storia di uomini e donne, scrittori come Fulvio Tomizza e Boris Pahor o compositori come Antonio Bibalo, vero “uomo bandiera dell’Europa”. Sullo sfondo la magia di una provincia che resta la culla di tante civiltà e altrettante culture, scrigno di infiniti contrasti che la renderanno nei secoli il simbolo dell’indeterminatezza e dell’inafferrabilità…

Mauro Covacich è triestino, romanziere, saggista, giornalista con un passato variegato fatto da “tre stagioni da bagnino, una da animatore in un centro di salute mentale, quattro anni di precariato e altrettanti di ruolo nella scuola pubblica”. La città interiore segna il suo debutto editoriale con La nave di Teseo e lo sdoganamento di un genere del tutto originale a metà tra romanzo, saggio, memoriale familiare e biografia. Impossibile catalogarlo quindi perché in questa che è a tutti gli effetti un’esperienza densissima, documentale ma anche poetica, troviamo soprattutto la vita dello stesso autore attraverso i ricordi e le immagini del suo vissuto. Il racconto comincia nel 1945 in un contesto storico destinato a segnare per sempre il futuro della città di Trieste e dei suoi abitanti. Proprio a Trieste nasce suo nonno, qui nasce e cresce suo padre Flavio, qui nasce lo stesso Mauro portandosi addosso un bagaglio personale importante e originale. La progressione cronologica non è scontata, le epoche si intrecciano senza una logica apparente e anche la narrazione non segue mai un registro univoco. Sono tante le voci che si alternano e che rendono questo libro un percorso a ritroso necessario per comprendere una città, i fatti che l’hanno attraversata, il destino di una famiglia come quella dei Covacich e le personalità di tanti esimi rappresentanti dell’arte e della cultura che, a loro modo, e ognuno in maniera diversa, ne hanno reso testimonianza. Il viaggio dal 1945 ai giorni nostri ci riporta intatte le figure di grandi del passato come Umberto Saba, Italo Svevo, James Joyce, Franz Kafka, Ivan Goran Kovai, John Maxwell Coetzee, Pier Antonio Quarantotti Gambini fino a Gian Franco Giannotti e Claudio Magris, tutti raccontati in virtù del loro rapporto con il capoluogo friulano attraverso i loro scritti e la loro esistenza. “Una città a prevalenza linguistica italiana in territorio slavo” come ebbe modo di dire Jan Morris, alla stregua di Città del Capo, Montréal, Gerusalemme, Beirut, Belfast, luoghi “che, senza il merito di nessuno, sono riusciti a trasformare l’odio in una forma di convivenza.” Un processo di composizione che non resta immune da profonde contraddizioni e genocidi efferati di cui l’autore rende puntuale e drammatica testimonianza attraverso la trasposizione in prosa del decimo canto della vittoria di Jama, poema di Kovai in cui forte è la condanna degli eccidi perpetrati dai nazifascisti croati e delle barbare esecuzioni nelle foibe. Eppure i momenti più belli sono quelli in cui lo scrittore ripercorre le vicende della sua famiglia, il ricordo di figure altrettanto epiche come quelle della nonna o del padre, l’attualità non meno coraggiosa attraverso gli occhi di sua madre o della sorella Sara. Sono i passaggi in cui la narrazione ritrova il passo corale di una vicenda umana che abbraccia generazioni diverse, accomunate da uno stesso cognome e da quel sentimento di “indecidibilità” da cui sono governate. Esiste tutto un “coacervo di appunti raccolti” negli anni e un’analisi introspettiva coraggiosa dietro alle 230 pagine del libro. Si percepisce ad ogni passo il peso della memoria, l’importanza determinante di «ricordare tutti i ricordi», per dirla con le parole di Predrag Matvejevic e l’imprescindibile rilevanza della matrice territoriale originaria. Covacich aveva già parlato della sua Trieste nel bellissimo saggio Trieste sottosopra. Quindici passeggiate nella città del vento e di essa aveva detto “Oggi la mia città è una Sissi col body in lycra. E’ una Sissi col piercing, i capelli blu cobalto, una salamandra tatuata sul collo. Ha ancora le dita affusolate della principessa ma si mangia le unghie”. Una dichiarazione d’amore che permea di sé questa sua ultima opera e che diventa il modo commovente per riportarci indietro nel tempo, insegnandoci il valore di tutto quello che ci ha preceduti fino a qui.



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