La città sepolta

La città sepolta

Era stato il bisnonno Concetto, a partire dal 1812, ad iniziare a concentrare nelle mani degli Arcuri, una delle famiglie dell’alta borghesia messinese, ricchezze, possedimenti, potere, in una sola parola, simboleggiato dalla loro dimora di famiglia, un “bellissimo edificio stile Liberty, con ampi saloni e larghe scalinate fatte di pregiatissimo marmo di Carrara, arredato con mobili appositamente lavorati dai più abili e valenti artigiani veneti e siciliani”, posto sulla “sommità del bastione facente parte della cinta muraria che Carlo V aveva fatto realizzare nel giugno del 1537 a ridosso dell’antico borgo del Tirone”. Un altro Concetto Arcuri, Tino per gli amici, nel 1868, nel corso degli studi presso il collegio dei Padri Teatini, aveva incontrato e stretto una solida amicizia con Matteo Raciti, detto Teo, primogenito di Simone, futuro marchese di Roccavaldina, della cui sorella Maria si sarebbe perdutamente innamorato: Tino l’avrebbe amata e sposata, e con lei, nel palazzo di famiglia, avrebbe trovato la morte nel sonno dopo una notte di passione, alle 5:21 di quel terribile mattino del 28 dicembre 1908, quando ebbe inizio la violentissima scossa di terremoto che in meno di un minuto avrebbe raso al suolo la città…

“Caro amico, in trentasei secondi il terremoto ha annientato millenni di storia, ha distrutto palazzi, ha abbattuto chiese e monumenti dalle forme architettoniche superbe ed irripetibili, opere uniche in Europa e forse nel mondo intero. Un giorno si ricostruiranno le strade, i palazzi e le chiese, si ergeranno altre costruzioni dalle forme architettoniche nuove e moderne, ma tutto questo non farà rivivere lo splendore d’un tempo”. La volontà di rendere omaggio alla passata bellezza della città rasa al suolo dal sisma e dal maremoto all’alba del 28 dicembre 1908 – la cui devastazione (80.000 morti stimati, di cui 50.000 solo nella città di Messina, pari al 45% della sua popolazione) fu tale da convincere Giuseppe Mercalli, che aveva elaborato l’omonima scala macrosismica di misurazione degli effetti dei terremoti, ad istituire il grado XI, corrispondente alla definizione di “catastrofe” –, spopolata ed impoverita dalla successiva mattanza del primo conflitto mondiale, definitivamente stravolta nell’assetto urbanistico dalla seconda guerra mondiale e dalla successiva ricostruzione che non aveva saputo restituirle né l’antico splendore, né la vera anima, permea a fondo questo romanzo storico di Luigi Nastasi, messinese di nascita, varesino di adozione, già autore della raccolta di versi e prosa Emozioni pubblicata con lo stesso editore. La descrizione dei fasti passati è resa con una precisione che rasenta quella del saggio, e che finisce con lo spezzare la fluidità del racconto; al termine della lettura resta la sensazione di trovarsi di fronte ad una immensa tela ricca di personaggi con, sullo sfondo, Messina e le sue trasformazioni urbanistiche, architettoniche, sociali, dalla seconda metà dell’Ottocento sino al secondo dopoguerra: cercando i dettagli dei volti, delle molteplici figure, poco appare oltre il tratteggio, lo schizzo, si direbbe, dei contorni; i personaggi risultano appiattiti in una serie di brevi istantanee color seppia, privi di percorsi evolutivi, dispersi in una scrittura faticosamente prolissa, ed in una trama appesantita da figure ed aneddoti che nulla aggiungono all’affresco tracciato; un’opera consigliata ai nativi messinesi ed a tutti i nostalgici della meraviglie perdute della città affacciata sullo Stretto.



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