La città vince sempre

La città vince sempre
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9 ottobre 2011. Mariam è seduta sul pavimento freddo di un obitorio che non è più in grado di contenere i corpi che ormai hanno trovato posto nei corridoi, sui pianerottoli. Sono decine, centinaia, ha smesso di contarli ma rimane lì, caparbiamente , a fare la guardia come Khalil le ha chiesto di fare per evitare che l’esercito li porti via per nascondere la tragica evidenza dell’attacco sanguinoso e violento ai dimostranti pacifici che si dirigevano verso Maspero. Mariam, Khalil, Rania, Ayman sono asserragliati in un’ improvvisata quanto improbabile redazione multimediale al decimo piano di un edificio storico in pieno centro. Se ne sono impossessati per trasformarlo nel quartier generale da cui smistare il flusso di informazioni ai media: giornali e Tv straniere, blog, podcast, facebook, twitter, sono i canali attraverso cui raccontano al mondo gli attacchi coi lacrimogeni, la paura che Mubarak venga scarcerato, gli attacchi dei militari contro le piazze gremite, gli arresti senza causa, le sorti dei martiri come Bassem. Sono giorni concitati, quelli tra ottobre e novembre, e altrettanto concitate, affannose e disperate sono le rincorse contro il tempo e le lotte contro l’ostruzionismo di Stato, la restaurazione di vecchi equilibri con nomi nuovi e poi appelli, appelli a tutti perché accorrano a Tahrir, a difendere il corteo dei feriti della rivoluzione attaccato dall’esercito, a soccorrere i feriti e opporre il proprio corpo alla gragnuola di colpi, mentre nelle strette intercapedini tra i giorni si insinuano piccoli stralci di vita personale, un grande amore, il tentativo di fare giustizia per suo cugino, la disperazione di una madre che dagli Stati Uniti assiste impotente e disperata mentre suo figlio Kaleel diventa Khalil, lo guarda trasformarsi man mano che gli eventi precipitano, aggrapparsi a una penna come non succedeva dai tempi del liceo e si chiede come avrebbe potuto trattenerlo al sicuro, impedirgli di partire…

Omar Robert Hamilton è un navigato uomo di comunicazione, nonché figlio di una delle più note attiviste della causa palestinese e del più famoso critico letterario inglese e, nonostante la giovane età, dimostra un’ottima padronanza dell’argomento Rivoluzione d’Egitto, che ha seguito in prima persona e nella quale ha perso affetti a causa di detenzioni e morte. La sua scelta di dividere La città vince sempre in tre parti (Ieri, Domani, Oggi) conferisce alla narrazione un ritmo da reportage di guerra e rivela le qualità di cineasta dell’autore. Le voci dei protagonisti vengono restituite senza filtri, i pensieri degli uni echeggiano le azioni degli altri come voci fuori campo, e le loro vicende, che siano intime, politiche, familiari, personali o collettive, si conquistano di volta in volta uno spazio commisurato agli eventi in cui sono coinvolte, si rubano la scena a vicenda, si accavallano e si interrompono a causa dell’incalzare di nuovi eventi. Il filo narrativo è spesso interrotto, il suo percorso è affascinante ma sinuoso e spesso indistricabilmente aggrovigliato. Come talvolta accade ai racconti messi su carta dai protagonisti, manca al narratore il distacco emotivo e la distanza dagli eventi che renderebbero questa “testimonianza sulle vite dei testimoni” che non si sono arresi, che hanno sfruttato ogni ampère di corrente e ogni bite di connessione per urlare al mondo la verità, un grande romanzo. Rimane tuttavia una delle poche, preziose testimonianze dall’interno della rivoluzione e ha il pregio di collezionare in un unico documento le notizie, i piani di azione, le reazioni della stampa e del potere, le riverberazioni di eventi la cui portata storica forse ancora ci sfugge, sulle vite dei protagonisti, dei sognatori, degli uomini comuni come Alaa, il cugino dell’autore e, forse, come il nostro Giulio Regeni scomparsi nelle fauci del nuovo Stato, inghiottiti da un sistema che si mantiene in vita nutrendosi di inquieti indagatori, di liberi pensatori.



 

 

 

 
 
 
 

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