La colazione dei campioni

La colazione dei campioni
Kilgore Trout, spiantato scrittore di fantascienza, viene invitato dal miliardario Elliot Rosewater, suo grande ammiratore, al festival della letteratura di Midland City, dove dovrà parlare del suo ultimo romanzo Ora si può dire, nel quale il protagonista crede d’essere l’unica creatura dotata di libero arbitrio in un mondo popolato interamente da robot. Il suo lungo viaggio in autostop lo porta ad attraversare gli Stati Uniti, incontrando un bestiario umano di provincia misero e razzista, che non prevede spazi per speranze o futuri rosei. Dwayne Hoover, invece, è un rinomato venditore di Pontiac, proprietario di mezza Midland City e con una prospettiva di benessere che gli consente di vivere una vita senza problemi di sorta. In realtà, in Dwayne, latenti sintomi di una pazzia si fanno vedere, provocandogli repentini cambi di umore e sfuriate senza senso apparente. Il suo socio, la sua amante e i dipendenti della concessionaria Pontiac sembrano però non accorgersi di quel che gli sta accadendo, attribuendo i suoi sbalzi d’umore allo stress. Ma è il sospetto d’essere lui solo capace di agire e decidere senza interventi esterni, mentre tutti gli altri sono solo macchine programmate per agire, a tormentarlo e renderlo inquieto. L’ossessione di Dwayne diventa realtà alla lettura del libro di Kilgore, che gli pare dare una granitica certezza e una sicura conferma ai suoi sospetti. Quel protagonista, convinto d’essere l’unico uomo sulla terra in grado di decidere, non può essere che lui. Il Creatore dell’Universo dunque lo ha generato per metterlo alla prova, per capire quali saranno le sue reazioni in un mondo di automi senza intelletto. E dunque la sua frustrazione, la sua tristezza, il suo senso di estraniamento sono del tutto giustificati. L’incontro tra i due uomini avviene all’Holiday Inn di Midland City, dove altri strampalati artisti sono stati invitati a partecipare e dove la furia di Dwayne si scatenerà in modo rocambolesco e imprevedibile…
Kilgore e Dwayne sono due poderose metafore umane create da Kurt Vonnegut jr. per raccontare in modo satirico i lati peggiori di un’America razzista, schiava dei mass-media e della paura del diverso. Ogni elemento del romanzo serve ad esprimere tutta la disapprovazione per una società che ci appare spietata e priva di sentimenti buoni. L’amore non esiste, nemmeno quello materno e il senso della vita si giustifica e si celebra solo nell’anima cruda del commercio, dei soldi e della guerra. A corroborare quest’idea di distruzione quasi totale, oltre alla scrittura caustica e le atmosfere cupe, l’autore inserisce suoi disegni e schizzi quasi fanciulleschi per raccontare, magari ad un ipotetico alieno, quali siano le cose che più contano per l’uomo americano. Pistole, cicogne portatrici di bambini, hamburger, polli fritti, vagine, ani, cartelli stradali, qualsiasi cosa possa spiegare ad una mente libera da preconcetti e pregiudizi quale sia il modo di ragionare della razza alla quale lui appartiene. Nel gran calderone del romanzo si ritrovano echi della Grande Depressione del 1929, satira allo stato brado mescolata a ricordi infantili scarabocchiati poi in forma di bandiera americana o nazista, oltre che a elementi autobiografici come il suicidio della madre. Leggere Vonnegut corrisponde a salire in cima ad uno scivolo, partendo da un mondo che si conosce alla perfezione per poi scendere giù, atterrando di un falsopiano dove le facce e le informazioni che conoscevamo appaiono diverse, ricoperte da uno strato di sudicia irriverenza e livida disillusione. E’ un tempo reale che diventa irreale restando però saldamente aggrappato alla terra e a questa vita.

 

 

 

 
 
 
 
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