La collina

La collina

Otniel Assis ha tutti i problemi di un piccolo borghese che vive in qualunque angolo della terra, dalla burocrazia cittadina ai vicini apparentemente perfetti che gli fanno provare quella “piacevole” sensazione fatta di frustrazione generale (verso l’universo) e rabbia specifica (verso quel tipo al di là del selciato cha fa diventar oro tutto quello che tocca). Otniel Assis però non vive in un qualunque angolo della terra. Lui è israeliano, e ciò dà delle virate di non trascurabile anticonvenzionalità agli accadimenti della sua vita, che non si dimostrerà possibile sottovalutare. Sopraffatto dalle costrizioni e dai compromessi con la società decide, tra la legalità e l’azzardo, di fondare un campo tutto suo, l’avamposto Maalé Chermesh C. L’avamposto cresce sotto la sua egida - tra la coltivazione di rucola e pomodorini - sulla collina: terra chiara, silenziosa, quasi vuota. Basta poco tempo e le cose si animano, una vera comunità è quella che si trova a fronteggiare le vicissitudini di quotidiana banalità, in un’atmosfera in bilico tra buffe assurdità e dramma storico…

Otniel Assis rappresenta l’ebraicità da manuale: la cocciutaggine, il provincialismo, l’innato senso dell’umorismo, il cinismo sprezzante e spiazzante e al contempo la profondità ancestrale, l’attaccamento alle cose come simbolo, il possesso come forma d’Amore - che è concetto che solo la tradizione ebraica riesce ad esprimere, nella contraddizione, con tanta verità. Gavron decide, dalla sua posizione d’impegno che continua a confermare, di dedicare un racconto di vento e sabbia agli avamposti della Cisgiordania, che ha vissuto in andirivieni per poterne scrivere. Per una popolazione per cui il simbolo è tutto, eccolo qui l’avamposto: materializzazione di una filosofia atavica, agglomerato di convenzioni significanti. Container posati uno accanto all’altro in sequenza, ed ecco sinagoghe, scuole, abitazioni personalizzate. Una storia di quotidianità come ordinaria anormalità.



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