La compagnia delle anime finte

La compagnia delle anime finte
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Vincenzina è morta da poco. Rosa, sua figlia, l’ha vista esalare l’ultimo respiro e ora la osserva e le parla della loro vita passata. Ricorda e racconta il padre e il matrimonio con la madre. Lui ricco, lei povera. Un’unione non accettata dai nonni paterni e maledetta dalla miseria. Ricorda e racconta la famiglia della madre: la nonna, la zia bellissima e disinibita, gli zii che appartenevano alla teppa e la povertà che aveva caratterizzato la vita di tutti loro. Ricorda e racconta la famiglia del padre, ricca di denaro e povera di felicità, in particolare: il nonno invertebrato e rassegnato alla sopportazione, la nonna severa e dominata dalla condotta maniacale, una zia morta piccolissima, ma aleggiante in modo spettrale nei ricordi dei suoi famigliari e un’altra rapita dalla follia. Ricorda e racconta il proprio insegnante e i propri compagni d’infanzia. Ricorda e racconta la propria giovinezza tra i vicoli poveri di Napoli, la malattia e la morte del padre, la vita da usuraia della madre. Ricorda e racconta la madre vicina ma lontana, truce e fiera, forte e sempre pronta a combattere i guai. Ricorda e racconta tutto come fosse un sogno in cui l’anima della madre viene accompagnata oltre la vita dalle altre anime ricordate: “la compagnia delle anime finte”…

Finalista al LXXI Premio Strega, La compagnia delle anime finte suggerisce al fortunatissimo lettore che vi si immerge un’esperienza di leopardiana memoria: “(…) E il naufragar m’è dolce in questo mare”. Un mare (in verità, un oceano per imponenza stilistica e contenutistica) di parole accorte, accorate e acculturate, che toccano il registro della liricità di un italiano definito in caratteri preziosi come l’oro zecchino, raffinato, bellissimo da leggere, e che duetta con il registro di un verace dialetto napoletano, succoso e maliardo. Parole che soffiano la vita in una storia viscerale e potente che resta attaccata alla carne del lettore con una forza empatica solida, dal sapore atavico. La carne, avvinta dal turbinio delle emozioni che questa storia innesta in ogni singolo poro, si lascia beatamente espugnare, facendosi sorreggere dalle onde delle parole, in un dondolio che suscita riflessioni, curiosità, indignazione, costernazione, stupore, partecipazione. Il lettore perde il senso del tempo e quello dello spazio (la narrazione si muove libera tra presente e passato, in ambienti e tra personaggi sempre diversi) e rimane nella dimensione della “compagnia delle anime finte”, cullato da un oceano di luoghi, di fatti, di persone e di sentimenti che conducono alla deriva di un infinito piacere.



 

 

 

 
 
 
 

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