L.A. Confidential

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In cima all’albero di Natale del municipio di Los Angeles lampeggia la data “1951”. Manca una manciata di giorni alla fine dell’anno, il tradizionale party della stazione di polizia sta per cominciare. Scotch, bourbon e rum scorrono a fiumi. Stavolta però scorre anche il sangue. In cella ci sono i responsabili dell’aggressione di due agenti. Sembrano messi lì apposta a fare da pungiball e i tutori della legge, in pieno delirio etilico, non si fanno scappare l’occasione di vendicare i colleghi. É un pestaggio forsennato e ingiustificato, subito sbattuto in prima pagina. Servono sanzioni esemplari per tappare la bocca all’opinione pubblica dandole il suo bravo osso da rosicchiare. Ed Exley, l’ufficiale di turno, gioca la sua carta da machiavellico delatore riferendo una versione dei fatti riveduta e corretta e si guadagna l’odio di Bud White e Jack Vincennes. Tutti e tre hanno fantasmi privati con cui fare i conti. Ed è un codardo di guerra affamato di gloria. Bud un paladino delle donne, che spara senza rimpianti a chi le maltratta. Il motivo: a sedici anni ha visto il padre uccidere sua madre a colpi di ferro da stiro. Jack, strafatto di una mischietta micidiale di alcool e marijuana, mentre cercava di catturare due spacciatori ha stecchito due turisti di passaggio. In più, intrallazza con i giornali scandalistici e non lo fa gratis. Il caso vuole che tutti e tre si ritrovino a vario titolo impegnati nelle indagini del massacro al Nite Owl Coffee Shop. Un vaso di Pandora da cui saltano fuori i collegamenti con lo stupro di una ragazza messicana, il delitto di una prostituta quattordicenne violentata e ammazzata di botte, un traffico di materiale pornografico superpatinato e un giro di squillo di lusso, che dopo una ripassata a una clinica di Malibu escono identiche alle dive del cinema. Ci sono una Ava Gardner, una Rita Hayworth, una Betty Grable. E c’è una Veronica Lake che è fin meglio dell’originale. Una per cui un poliziotto può perdere la testa...

James Ellroy è un maestro di crime fiction dannatamente esigente con il suo pubblico. Sommersi dalle vicende, dalle piste, dalle indagini, dal numero impressionante di personaggi, in L.A. Confidential, terzo capitolo del L.A. Quartet (sintetizzato nella versione cinematografica del 1997 diretta da Curtis Hanson), si rischia di perdersi. Sul disorientamento vince comunque la voglia di sapere cosa ci sia sotto a questo gran marasma di affari sporchi. Quel che si scopre è la bruttissima conclusione di una brutta storia. Vengono a galla turpitudini che ricordano quelle della Dalia Nera, ancora una volta malviventi e forze dell’ordine vanno a braccetto e sono i boss dell’industria cinematografica, della politica e del potere a tirare le redini. Fin dal prologo (in cui Buzz Meeks, conosciuto nel precedente Il grande nulla, incontra la sua Alamo) ricompare il diabolico tenente Dudley Smith, uno degli sbirri più marci che abbiano mai giurato di difendere la Patria e salvaguardare le Istituzioni. Tornano, presi di peso dalla storia della criminalità americana, il gangster Mickey Cohen con il suo braccio destro Johnny Stompanato, amante di Lana Turner poi lardellato dalla figlia dell’attrice. I servizi di “Hush-Hush” tirano velenosamente in ballo celebrità assortite del grande schermo: Montgomery Clift, “l’uomo con l’uccello più piccolo di tutta Hollywood”, Errol Flynn spia nazista, Joan Crawford che se la fa con i negri, Rock Hudson che probabilmente è una Rockette, e via di questo passo. Il tutto dà l’impressione che quello che stiamo leggendo sia più vero del vero: non un noir nerissimo, ma una cronaca degli anni cinquanta a stelle e strisce. Ellroy sovrappone realtà e finzione shakerandole come un martini alla Bond e ci ubriaca di corruzione, scandali, inganni, sesso sordido e trame criminali. Los Angeles non ha niente di meglio da offrire. Ma a conti fatti non è tutto perduto. Qualcuno taglia i ponti col passato per ricominciare da capo in Arizona. Qualcuno resta e magari farà qualcosa perché la giustizia non rimanga solo una bella parola sul dizionario. Anche nella Città degli Angeli la speranza è sempre l’ultima a morire.



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