La conquista del K.O.

La conquista del K.O.

«È con piacere misto a un senso di privilegio che mi associo a questa narrazione della scalata alla montagna più alta del mondo. Molteplici erano le difficoltà, ma sono state superate dalla determinazione di tutti i membri della spedizione a dare il meglio di loro stessi per la causa comune». Parola di sir Hgelery Havering, che del Comitato per il K.O. è il presidente. Scalare la vetta più alta del mondo non è cosa per tutti, così il Comitato affida l’incarico a una squadra di sceltissimi: Legaccio, capo della missione; Burley, responsabile delle vettovaglie e della logistica, che sembra soffrire di una strana sindrome di prostrazione; Wish lo scienziato, a cui la scienza sfugge continuamente di mano; Shute il fotografo, pasticcione e poco pratico; Jungle l’esploratore, che non è neanche in grado di prendere un autobus; Constant il linguista, le cui capacità comunicative lasciano alquanto a desiderare; e infine il medico Prone, che sembra il ricettacolo di tutte le malattie del mondo. Oltre a questi valorosissimi sette, per la missione vengono ingaggiati una moltitudine di portatori yogistani diffidenti e scontrosi. Dopo una riunione tecnica a Londra, alla quale Jungle non riesce a partecipare perché si è perso per la città, la spedizione più scapestrata della storia prende avvio...

Era il 1956 quando l’ingegnere inglese William Ernest Bowman, che di spedizioni, alpinismo e arrampicate era pressoché digiuno, diede alle stampe The ascent of the Rum Doodle, letteralmente La scalata dello Scarabocchio Strambo, tradotto in italiano con l’efficacissimo La scalata del K.O. Alla sua uscita, il libro non ebbe il successo che meritava, finché finì nelle mani del giornalista del “Times” Bill Bryson, che ne rimase folgorato e ne scrisse una brillante introduzione all’edizione del 2001, definendolo «uno dei libri più divertenti abbia mai letto». E divertente, in effetti, il libro lo è. Le esilaranti avventure della squadra più sconclusionata di tutti i tempi sono narrate con uno stile brillante e pulito, intessuto di quel sottile umorismo inglese che mai fa ridere a crepapelle, ma che sempre tiene il sorriso disegnato sulle labbra. Certo, leggere la storia in lingua originale avrebbe tutto un altro sapore, perché Bowman fa un larghissimo uso di giochi di parole e di riferimenti che nella traduzione, purtroppo ma per forza di cose, vengono un po’ meno. Fresco e scanzonato, La scalata del K.O. si è scavato una nicchia di tutto rispetto come uno dei grandi classici della letteratura di montagna, accanto ai più seriosi resoconti di spedizioni alpinistiche di vario genere.



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