La consonante K

La consonante K

Anni Cinquanta. Elimelek Rosenberg ‒ ebreo polacco, una passionaccia per la boxe, nome di battaglia “batlan”, cioè “l’ozioso”, perché a ogni cazzotto incassato lui sbadiglia ‒ ha trasferito tutta la famiglia in Germania per “denazificare il Paese”. En passant, ha inventato un personaggio per i suoi fumetti satirici, “shitler”, che non riesce a vendere da nessuna parte. Pensa che ebrei e palestinesi debbano fondersi “come metalli diversi” e tira a campare come può. Suo figlio, Bruno, si ritrova in qualche difficoltà inattesa perché è finito rocambolescamente tra i “tedeschi dell’Est” nella Berlino del 1961; come parecchi suoi compagni, non ha nessuna voglia di marcire nella parte sbagliata della Germania per quasi trent’anni, ma è questo quel che gli accadrà. Quando tornerà a casa, nel 1989, non riconoscerà manco un nome sul citofono, e il portinaio lo insulterà subito (“Ehi, Ossi, tornatene al tuo paese di merda”). Di lì a poco, comincerà ad avere visioni della Madonna (una Madonna diversa, tutta dedita agli ebrei) e vagheggerà attentati al Papa. Nel frattempo, Elimelek è scappato in URSS nel 1971, pochi anni dopo la morte della moglie. Adesso andiamo altrove: Tallinn, Estonia, 1989. Il dottor Tönu non riesce a raccapezzarsi di fronte al crollo dell’Unione Sovietica e dei suoi ideali. Poco tempo più tardi, sconvolto per quel che sta succedendo, fugge in Georgia, e di lì in Uzbekistan e poi in Azerbaijan, per ritrovare qualcosa del suo vecchio mondo: invano. Si ritrova a Mosca, a vagabondare. Incontra l’ormai vecchio Eli, che straparla del suo fumetto inedito “shitler”, e a un tratto ha l’illuminazione: deve rapire la salma di Lenin, perché non debba osservare il tracollo del loro mondo. A un tratto, dopo avergli letto dei passi di Stato e Rivoluzione la salma ritorna alla vita: Lenin risorge, e di lì a poco capisce lo sfascio di tutto e comincia a consolarsi con la vodka. Qualche anno dopo, superati dei velleitari maquillage per cancellare il suo pallore cadaverico, fallito un tentativo di rientrare al suo posto nella bara, Lenin comprende di essere diventato un mezzo mostro, col dono dell’indistruttibilità, in un’epoca raccapricciante: si adatterà come buttafuori o giù di lì, poi come malvivente, infine, oltreoceano, come wrestler. E combattendo, pronti via, a un tratto ucciderà Superman...

Picaresco, strampalato, alieno alla linearità, fino a rivelarsi, in più di un frangente, sostanzialmente farneticante per le eccessive sconnessioni, l’incontenibile irragionevolezza e la rinuncia limpida a qualsiasi logica e qualsiasi pretesa di credibilità, La consonante K di Davide Morganti è un romanzo sperimentale decisamente trascurabile, dalla pittoresca vicenda editoriale. Pochi anni fa, nel 2013, s’era fortuitamente ritrovato nei “dodici finalisti” del nuovo premio letterario Neri Pozza; la giurata Sandra Petrignani, in un articolo apparso su “Succede oggi”, riferiva, a suo tempo, che nonostante la “capacità immaginifica prodigiosa”, il “gran carattere” e così via, il testo era stato scartato. Forse perché “uno scrittore è fatto anche di disciplina, abilità nel costruire una storia, coerenza interna”. Parole sante. Secondo la Petrignani, Morganti aveva bisogno di un editor alla Ezra Pound [il famigerato “miglior fabbro” di Eliot]: in Neri Pozza, per tempo, hanno scelto (o s’è candidato, questo non ho saputo ricostruirlo) Francesco Durante. Nei ringraziamenti, in appendice, Morganti osserva che Durante “con terribile grazia, ha costretto il mio romanzo ad avere regole che rifiutava”: a questo punto, io non oso immaginare quale fosse lo stato originario del manoscritto, perché se questo è un romanzo che osserva delle regole o ha almeno una vaga forma di linearità allora io sono un vecchio, grasso e roco koala e vado ovviamente ghiotto di foglie di eucalipto (mi contento anche di quelle della vecchia Abbazia delle Tre Fontane, che salvarono Roma dalla malaria), e a ben pensarci è veramente inconsueto che io mi sia seduto a una scrivania per parlare di un romanzo: credo anzi, come koala-critico, di essere un hapax. Non escludo, invece, che questo romanzo debba la sua fortuna editoriale, per supremo paradosso, proprio alla sua strampalata natura, alla sua improbabile e mattoide trama (una trama di trame: quasi una strambissima raccolta di racconti, forzata allo spasimo in una struttura para-romanzesca, paurosamente scricchiolante): in un contesto come un premio letterario, peraltro sponsorizzato da un marchio storico e “borghesone” come Neri Pozza, un simile, chiassoso circo romanzesco non poteva passare inosservato. In quel catalogo, La consonante K è come un abito giallo e viola fosforescente (quasi abbacinante, e con tanti fiorellini esotici) in mezzo a una sequenza di discreti vestiti da passeggio, o addirittura di giacche e cravatte. L’artista, napoletano, classe 1965, insegna a Pozzuoli e collabora con “Il Mattino”; una decina d’anni fa aveva esordito pubblicando Moremò per la Avagliano, seguito dal nerissimo Caina (Fandango, 2009). Mi spiace averlo incontrato nel libro sbagliato. La copertina, almeno, è molto buffa. Tutto il resto è un (non sempre) allegro delirio.



 

 

 

 
 
 
 

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