La corsa selvatica

La corsa selvatica

Fine '800. Il Regno d'Italia è giovane, e il territorio è tutt'altro che pacificato. È “sorto sulle rovine di vecchi reami e costruito su campi insanguinati, su patiboli, su tasse del macinato e foto di bersaglieri che mettevano in posa briganti morti”, l'autorità centrale non conosce e non controlla la periferia. L'Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore dle Regio Esercito – che sula carta nemmeno esiste più – ha persino un gruppo di agenti specializzati in soprannaturale (maghi, medium, veggenti, sensitivi, archeologi, avventurieri) che spedisce nelle zone in cui si sente parlare di fatti inspiegabili e potenzialmente destabilizzanti. È proprio per una missione del genere che Zamin è giunto agli estremi confini settentrionali del regno, nel gelido Tirolo: per capire cosa c'è sotto una strana storia di mute di lupi famelici simili a demoni – la corsa selvatica, la chiamano – che scendono dai monti e divorano le persone, di stregoni e rituali occulti, di procedure anatomiche eretiche, di segni arcani dipinti sulle case. Già altri sono giunti lì da tutte le parti del Regno, attirati come mosche dall'odore di magia, ma molti hanno fatto una brutta fine...
Che strepitosa sorpresa questo breve romanzo – se poi di vero romanzo possiamo parlare, più corretto forse definire il libro un'antologia di racconti che descrivono da diversi punti di vista la stessa storia – che attinge dal lato oscuro della tradizione popolare del nostro profondo nord. A leggere la trama, potremmo pensare di trovarci dinnanzi a un ennesimo esempio di avventure di un indagatore dell'occulto in ambientazioni e periodi storici più o meno insoliti: beh, sarebbe un errore madornale. Il mainstream è lontano anni luce dalla sensibilità di questo autore, lo si capisce banalmente anche dal fatto che La corsa selvatica è lungo 177 pagine e non 500: non è l'entertainment letterario la cifra stilistica di Coltri, i suoi licantropi non sono né seducenti né fumettistici. Lo scrittore veronese non strizza l'occhio al lettore, non lo aiuta descrivendogli e spiegandogli tutto, non lo rassicura facendo riferimento a modelli conosciuti e di successo. Anzi lo confonde, lo spiazza, lo costringe a 'lavorare' per districarsi tra i salti temporali e i cambi di prospettiva, gli presenta protagonisti nuovi appena il poveretto comincia ad abituarsi ai vecchi. Ma così facendo non lo respinge, anzi lo affascina e lo imprigiona nella bellezza di un linguaggio scintillante, nuovo eppure antico, scaraventandolo in un XIX secolo lugubre e implacabile, più spaventoso e sorprendente degli enne universi fantasy che affollano le librerie.

 

 

 

 
 
 
 
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