La dama e l’unicorno

La dama e l’unicorno

Inizialmente dovevano essere sei arazzi sulla battaglia di Nancy, commissionati dal ricco parigino Jean de Viste all’insigne pittore Nicolas des Innocents. Poi quest’ultimo, infatuato sia dalla bellezza della giovane figlia dell’aristocratico sia mosso dalle preghiere della di lui moglie Gènevieve, si è lasciato convincere a realizzare degli schizzi che ritraggano una donna nell’atto di sedurre un unicorno. Nicolas ci lavora alacremente giorno e notte e non smentisce il suo talento: produce bozzetti mirabili che porta a Bruxelles dal tessitore Georges de la Chapelle. Intanto insieme al cartonista Philippe de la Tour predispone i cartoni preparatori mentre in bottega, a Bruxelles, tutto ferve per portare a termine il lavoro entro i tempi stabiliti da Jean de Viste…

Nicolas des Innocents è un prodotto di fantasia, come lo è tutto quanto ruota attorno alla sua figura: la bottega di Bruxelles, i viaggi avanti e indietro dalla capitale, le vicende della famiglia de Viste. Ma gli arazzi, invece, hanno attendibilità storica; sono tutti esposti al Musée National du Nouveau Moyen Age di Parigi. Da essi parte la storia di seduzione tra la donna e l’unicorno intessuta da Tracy Chevalier con la stessa abilità del miniaturista Nicolas. Per tracciare il rapporto tra i due, l’autrice non si avvale delle teorie più classiche: non vi nessuna lettura sessuale, nessun prestito dalla simbologia religiosa che vede nella donna la Vergine e nell’unicorno il Cristo, la sua è una interpretazione più popolare che ha la volontà di fare affiorare la parte più inconscia, talvolta anche di follia, raffigurata dalla bizzarria dell’animale, che può albergare in ciascuno (l’incarnazione femminile). L’intreccio creato dalla Chevalier si snoda su più piani: le vicende famigliari, la vita della Parigi e Bruxelles del tempo, e il lavoro di bottega. È senz’altro quest’ultimo, con la tessitura degli arazzi, il più significativo che fa da fil rouge a tutta la vicenda, mentre il romanzo a tratti appare perdersi in una narrazione troppo precisa o in descrizioni troppo moderne per l’ambientazione storica (la Quaresima del 1490).



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