La via del vizio

La via del vizio
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Jerry e Katey O’Sullivan attendono i loro ospiti per festeggiare in allegria il battesimo del loro terzo figlio. Dublino è la loro patria, la città in cui Jerry ha acquisito tutte le conoscenze che fanno di lui un ottimo carpentiere, considerato da tutti un futuro uomo di successo. Proprio per questo motivo prende una decisione rischiosa ma al tempo stesso eccitante: trasferirsi con sua moglie e i suoi piccoli a Londra, per aumentare la sua fortuna come carpentiere. Il suo amico John Sebright, che la signora O’Sullivan non vede di buon occhio per il suoi precedenti con l’alcol, gli ha già trovato un posto di lavoro sicuro al teatro Stanly, anche se il buon vecchio Mr Parnell cerca di metterlo in guardia dai rischi che la perdita dei punti di riferimento potrebbe avere su un uomo, perfino su quello più morigerato come lo è Jerry. “L’Inghilterra è ricca, ma è davvero il denaro tutto ciò che l’uomo cerca?” lo ammonisce dopo una lunga discussione l’amico, preoccupato. Ma la decisione è ormai presa, pochi giorni dopo la nave con la famiglia O’Sullivan parte alla volta dell’Inghilterra. Katey, moglie fedele e innamorata, cerca in tutti i modi di togliersi quel dubbio che la rode dall’interno come un tarlo, quella sgradevole sensazione di aver preso una via irta di ostacoli in un paese straniero e ignoto. La risolutezza di suo marito contrastava ogni sua ansia, senza tuttavia assopirla del tutto. D’altra parte, come avrebbe potuto fidarsi di un consiglio di Sebright piuttosto che di quello di Parnell?

La via del vizio (titolo originale The Primrose Path, un vecchio modo di dire che indica una strada che sembra semplice e divertente, ma invece porta verso il disastro), pubblicato per la prima volta in Italia grazie alla collana I grandi inediti di Edizioni della Sera, è stato scritto da Bram Stoker nel 1875, ventidue anni prima dell’uscita del suo capolavoro nonché pietra miliare nel panorama letterario horror e romantico, Dracula. L’influenza delle tragedie di William Shakespeare sulla scrittura del giovane Stoker (La via del vizio è il suo primo romanzo, scritto all’età di 28 anni) è evidente nello sviluppo della trama, che scivola pagina dopo pagina verso il dramma, quasi a percorrere una parabola immaginaria dall’alba alle tenebre. Le tematiche sociali sono il cuore del libro, prima fra tutte il problema dell’alcolismo che già nel XIX secolo era argomento di discussione non solo nei salotti letterari ma anche negli ambienti giuridici, economici e religiosi in Europa. L’intento moraleggiante dell’opera non deve però distrarre dal suo valore letterario. Pagina dopo pagina ogni personaggio ‒ non solo i coniugi O’Sullivan ma tutta una serie di figure secondarie come il fosco barista Grinnell, lombrosiano antagonista della storia ‒ acquisiscono maggior spessore grazie a un continuo approfondimento psicologico che crea nel lettore empatia o repulsione, così come sceglie l’autore. In quell’immenso teatro che è la Londra dell’Ottocento il migrante irlandese, trasferitosi per cercar maggior fortuna in una città già allora considerata ricca di aspettative, riceve invece la lezione più dura della sua vita e ben presto impara il significato di termini che lo avviano a ciò che le pagine di cronaca e i sociologi ancora oggi riportano con apprensione: disoccupazione, perdita dell’identità, dipendenze, maltrattamenti in famiglia. La via del vizio è un baratro in cui non vi è appiglio né difesa, strada senza ritorno perfino per i cuori più puri. Una tragedia dal sapore vittoriano con chiavi di lettura moderne, in cui il verismo è inscindibile dal pathos.



 

 

 

 
 
 
 

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