La donna che mangiava poesie

La donna che mangiava poesie
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La casa tetra e mastodontica di un uomo che per tutta la vita ha sognato di diventare ricco è oggetto dei pettegolezzi di tutto il paese, ma la ragazza l’ha sempre amato, quella era la casa di suo nonno, il luogo in cui ha coltivato i suoi sogni di gloria. La ragazza ha avuto accesso a quello che il nonno ha solo sognato, grazie al ricco Signor Simon e alle sue giacche che profumano di Europa, ma quando si è stufata della gelosia è tornata a rifugiarsi nella casa del nonno, in cerca di Anton… La signorina Daniella è inflessibile e le sue regole sono ferree: prendere o lasciare. Lei non inganna mai i suoi braccianti, li paga con bei rotoli di contanti ogni 17 del mese e loro sanno che si aspetta di essere ringraziata a testa bassa. La signorina Daniella è dura come le lastre di marmo che ricoprono il tetto della casa che ha ereditato insieme a una proprietà sterminata; la signorina Daniella ha un solo scopo nella vita, ed è arricchirsi. Sa che affinché ciò accada i suoi sette braccianti devono lavorare fino a consumarsi le mani, ma sa anche che a trattenerli nella dépendance in cui suo nonno alloggiava le amanti sono le banconote. Danielle vende all’estero l’acquavite pregiata che produce dai suoi frutti, mentre quella che i suoi braccianti producono dalle prugne di scarto la vende al Maupassant. Grazie al Maupassant, che è l’unico pub del paese ed è di sua proprietà e a Borjana che ne è l’unica puttana, le banconote tornano costantemente nelle tasche di Daniella… “Le femmine non devono andare in bicicletta perché poi rischiano di non avere bambini da grandi!”, questo diceva a Masha sua madre, ma a Masha non importava di fare bambini, solo di andare in bicicletta. Peccato, però, che tutti, nell’immensa proprietà che sua madre ha ereditato dal nonno non vedano l’ora che Masha faccia dei bambini. La mamma segue alla lettera quello che Fräulein Ilse racconta essere lo stile di vita dei bambini tedeschi, ha persino fatto costruire una piscina perché i bambini tedeschi nuotano come pesci sin da piccoli e costringe Masha a passarci ore; proprio mentre sta nuotando a stile libero, Masha vede Fräulein Ilse e la sua mamma che si tengono per mano… L’uomo è stato molte volte nella stanza opulenta foderata di libri, ha volte la donna ha parlato, altre è stata immota e silenziosa. Gli ha raccontato di essere stata un’insegnate che dava lezioni private e conservava i magri risparmi in un vecchio cuscino, fino a quando non è stata in grado di comprare una piccola casa che di notte veniva circondata dai lupi. La sua vita è scorsa così fino a quando è apparso il poeta al quale lei ha consegnato tutti i propri risparmi in cambio di bellissime poesie… Ljuba ha un figlio che urla e bava, un seno che tracima di latte e un marito che è andato in Italia a raccogliere olive chiedendole di non guardare nessun altro…

Ci sono nove piccoli gioielli ne La donna che mangiava poesie, per ciascuno di essi Livio Muci, editore da sempre con un orecchio a terra a percepire le vibrazioni più interessanti che arrivano dall’Est, ha trovato un titolo originale e poetico che non rispecchia la traduzione letterale di quelli scelti da Zdravka Evtimova, ma la scrittrice bulgara comunque - nel corso dell’intervista che ci ha rilasciato - ci ha detto che trova incantevoli le scelte che la casa editrice ha fatto. Nella stessa occasione l’autrice, famosa nel mondo per i propri racconti che hanno riscosso consenso unanime di critica, ci ha confessato che la scelta di scrivere così tanti racconti è stata dettata dalle contingenze della sua vita, dal fatto di essere costretta a lavorare talmente tante ore in un ufficio governativo da non riuscire a trovare spesso il tempo per un romanzo. Ne ha scritti infatti solo quattro, dei quali due già tradotti in italiano, Sinfonia e Lo stesso fiume. La prosa asciutta, essenziale ma ricca di potere evocativo, fa sì che lo stile della Evtimova abbia un’originalità e una freschezza che non perde nulla del suo “realismo magico” nella prosa breve. Le donne (perché nella maggior parte dei casi di loro si tratta) con le quali l’autrice popola la sua Bulgaria post socialista sono sempre più forti degli eventi, trovano sempre un modo per sopravvivere e dominare le contingenze. Non importa che siano nobili, borghesi o plebee, bulgare o gitane, bambine nonne o madri, puttane o zitelle, ricche o povere, in qualche modo è come se facessero tutte parte della stessa famiglia, come se condividessero un lignaggio e un DNA. Nelle loro vene scorre lo stesso sangue che in quello della loro autrice, sono temprate dalla vita in un paese che si è abbandonato ad un’ubbriacatura anarchica apparentemente infinita, un luogo in cui il ritorno al primitivismo è stato perseguito con una pertinacia degna della migliore programmazione economica socialista. Ad essersi salvate dalle fauci onnivore del nuovo Capitalismo sembrano essere state solo le donne, anche se spesso a prezzo della propria umanità, ma, senza mai cedere di un millimetro sulla dignità che conservano come l’ultimo dei tesori da tramandare alle proprie figlie.



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