La donna che scrisse la Bibbia

La donna che scrisse la Bibbia
Nella terra di Palestina, circa tremila anni fa, viveva una donna brutta, ma brutta che più brutta non si può. Era la figlia del patriarca di un microscopico villaggio. Maltrattata dal padre, grande “trombeur” de femmes, tollerata dalla madre sottomessa, protetta dalla sorella minore, decisamente bella, che per proteggerla bandisce da casa l’uso degli specchi, ‘sta poveretta cresce come cresce. La sorte la fa  innamorare di un pastorello che, ignaro della sua passione, mette incinta la secondogenita. Selvatica e furtiva, dentro una caverna in cima a un cucuzzolo, la reietta “ciofeca” s’ingegna così, in assenza di carne viva, a trasformare una pietra lunga e ovale in un fallo, chiamando sola soletta a sé il piacere peccaminoso e segreto cui mai altrimenti potrebbe aspirare. Se non che, nella disgrazia avviene una grazia: uno scriba, avendo pietà di lei e antipatia per suo padre, la istruisce. Capito? La racchia, nata in quel dell’antico Israele, donna e quindi votata a essere succube della volontà maschile, a un certo punto si trova ad avere in mano un’arma invincibile, che userà, udite udite, contro un Re. E non uno dei tanti che la Storia ha prodotto per rifocillare la nostra officina di fantasticherie. No, no: il Re in questione è il saggio e affascinante Salomone. Quello del Tempio di Gerusalemme, che ha fatto cascare ai suoi piedi la fichissima Regina di Saba, quello che viene ricordato per la proverbiale sete di giustizia, quello che tra un governo e una sentenza ci dava dentro con l’harem di trecento mogli e settecento concubine. La “Nostra” (il nome è un mistero che inizia per J.), per una serie di circostanze politiche diventa sua ennesima sposa, e lui, come potrete immaginare, non se la fila per niente. Fintantoché non scopre che la deprecabile mulier sa scrivere e leggere. A quel punto le affida il compito di raccontare in un libro la storia dell’umanità. E da quel momento inizia veramente il bello…
Definita una “favola postmoderna”, La donna che scrisse la Bibbia è un irresistibile romanzo che unisce magistralmente l’ironia tipica della tradizione ebraica con l’umorismo sottile dei russi e la visione brasiliana tragico-grottesca della vita. Moacyr Scliar, l’autore, è infatti tanto per gradire russo per ascendenza, brasiliano per natali, ebreo per cultura. L’approccio originale ai testi non è per lui una novità. Chi già lo conosce, tradotto com’è in dodici lingue, sa che le sue narrazioni sono sempre ricche di trovate sorprendenti, battute provocatorie, soluzioni kafkianamente paradossali. In questa gustosissima cronistoria offre il meglio di sé grazie al personaggio che ci propone. Una donna ai tempi dei nostri antichi Padri. Non una come le altre, bensì uno scherzo della natura e, cosa ancora più inaudita: fottutamente (!) colta. L’eroina di Scliar è una femminista ante-litteram che alla corte del Re dei Re incita alla sommossa le schiave  dell’harem, le convoglia in spassosissimi abbozzi di gruppi di autocoscienza, prova a infondere in ciascuna il desiderio di libertà, attraverso l’infusione di una consapevolezza individuale e quindi collettiva. Unica femina sulla faccia del globo, viene delegata da Salomone a celebrare la memoria della sua saggezza, ovverosia come visionariamente ipotizza lei, a compilare: “un racconto che avrebbe potuto dare origine a molti libri. E immaginavo un nome per quei libri, un nome greco perché la lingua greca sarebbe diventata importante: Bibbia”. Onnipotente la scrittura, laddove la Storia traccia ben altri, scoraggianti segni. Scliar, l’affabulatore, attingendo al suo vastissimo mundus imaginalis, ci regala il sapore di una magia tramutando con un colpo di penna l’emarginata, la paria, in adorabile nutrice di un riscatto di genere, ex ovo abrupto. Le mette tra le mani il testo Sacro, per eccellenza virile Verbo. Le offre perciò il sogno di ridisegnarlo con le sue parole, con il suo sguardo emancipato, anticonvenzionale. E ci delizia e ci illude, per diverse pagine, che la Vicenda dell’umanità si potrebbe ridiscutere, reinventare, secondo plausibili criteri di par condicio, attingendo per esempio ai modelli obliati di  Noemi e Ruth, amiche e alleate, in barba alla società e alle leggi dei cattivi, imperanti Padri. Una lettura esilarante, dal lessico argutamente  contemporaneo, infarcita di divertentissime scene a ritmo di sesso, che ripropone, in chiave innovativa e consapevole, i “se” e i “ma” della grande Historia, rimarcandone la verità scomoda e dunque sommersa che svela il jamais vu et jamais dit delle donne.

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