La donna dei mirtilli rossi

Nathalie lascia Göteborg molto presto, in una tipica mattina autunnale e silenziosa: vuole scappare da un legame instaurato per caso con quella grande città di mare in cui non si è mai riconosciuta. Supera l’uscita di Åmål, gira in direzione di Fengerskog ed arriva in serata nella tenuta di Mossmarken, dove ad accoglierla è la padrona di casa Agneta e suo marito Gustav. È una sistemazione semplice e spartana, usata di solito nei mesi estivi ed appartenuta alla famiglia di Gustav dal 1600: lo dimostrano i numerosi ritratti antichi appesi alle pareti. Nathalie occupa una piccola parte della casa composta da due stanze, ai piedi della tenuta padronale dove vivono Agneta e Gustav con Jelena, la cuoca, e Alex, il custode tuttofare. È tornata a Mossmarken dopo quindici anni, per portare a termine la sua tesi di dottorato in biologia sul riscaldamento globale e sulla relativa influenza sulla decomposizione delle sostanze organiche presenti nelle zone umide. Ha scelto quel luogo per via della torbiera presente in quella zona, in cui è stato ritrovato il cadavere di una giovane donna del 300 a.C., esposto al Museo Storico di Kartlstad. Nathalie sa che si sta imbarcando in una impresa temeraria e audace, ma ciò non la spaventa. La prima sera nella casetta ha difficoltà ad addormentarsi e nonostante senta dei rumori all’esterno, si rassicura quando capisce che è solo frutto della sua suggestione. Quello che la colpisce di quella casetta è il silenzio intenso e impegnativo: dovrà farci l’abitudine. Riordina le idee e i pensieri e inizia a stilare un programma dei campionamenti nella palude da esaminare per la tesi. Non parla con quasi nessuno nei primi giorni, ma ogni pomeriggio alla stessa ora, nota dalla finestra un ragazzo che fa jogging lungo il sentiero: è molto bello, muscoloso, con i capelli neri. Un giorno anche lui la nota oltre la finestra e finalmente Nathalie si decide ad offrirgli del thè…

La Jansson, nel suo romanzo di esordio ambientato proprio nei posti in cui è realmente vissuta, Åmål, in Svezia e Göteborg, porta avanti due indagini parallele: quella condotta dall’ispettore capo Leif Berggren e dall’intraprendente fotografa Maya che cerca, scava, osserva anche con un occhio artistico e l’indagine personale che Nathalie conduce dentro di sé, nei suoi ricordi, per dipanare a ritroso il filo e sciogliere i nodi relativi alla morte dei suoi genitori, eventi fortemente collegati e connessi all’indagine in corso. Nathalie e Maya: due donne diverse per età, carattere, lavoro si trovano a condividere lo stesso dramma in un paesaggio insolito e con un’atmosfera particolare. Le torbiere del Nord della Svezia sono molto particolari: le condizioni climatiche, l’acidità dell’acqua, il freddo e la mancanza di ossigeno combinate insieme fanno sì che corpi sepolti decine, centinaia di anni prima vengano ritrovati quasi intatti. La conservazione dello scheletro è molto rara dal momento che l’acido della torba scioglie il carbonato di calcio delle ossa, ma i corpi e addirittura alcuni particolari come i tatuaggi riescono a mantenere le loro proprietà. I puntini del disegno giallo si uniscono man mano che i ricordi di Nathalie riaffiorano e insieme ad essi riaffiorano anche i corpi dalla palude.



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