La donna mancina

La donna mancina
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In un tardo pomeriggio invernale Marianne siede nel soggiorno della propria casa; Stefano, il figlio di otto anni, è seduto accanto a lei e fa un tema per la scuola. La donna è sposata con Bruno, che sta per rientrare da un viaggio d’affari durato alcune settimane. Tornando dall’aeroporto il marito le dichiara di amarla e di sentirsi indissolubilmente legato a lei e al figlio, un amore così forte da bastare a se stesso, tanto che potrebbe quasi fare a meno di loro. La sera cenano fuori per festeggiare e si fermano a dormire in una camera d’hotel. La mattina molto presto Marianne si sveglia e dichiara a Bruno di aver avuto un’illuminazione: che lui se ne vada di casa e la lasci sola con il bambino. Bruno la asseconda senza chiedere spiegazioni, prepara la sua roba e si trasferisce dall’amica Franziska. Per Marianne inizia una nuova vita separata dal marito: riprende a lavorare come traduttrice di libri, si concentra sulla propria routine quotidiana e cerca di adattarsi a quella situazione che lei stessa ha creato senza rimpianti. Lentamente cessa di contare i giorni di solitudine, la sua nuova identità la protegge, l’ambiente che aveva sempre odiato fatto di case tutte identiche con le tende tirate, diventa perfino amichevole. Marianne poco a poco diventa una donna libera dai giudizi: si sottrae alle avance dell’editore, non cede all’attrazione verso un attore, non indietreggia di fronte alle aspre provocazioni del marito. Resta fedele alla propria scelta senza tradire se stessa…

La donna mancina assomiglia più a una pièce teatrale che non a un romanzo (e in effetti il racconto diverrà un film nel 1978, diretto dallo stesso autore e interpretato da Edith Clever e Bruno Ganz): con un linguaggio che non tradisce emozioni Handke mantiene le distanze da tutti i personaggi e lascia che siano i loro gesti a parlare. Non è un narratore onnisciente, non ci spiega nulla in merito alle motivazioni che hanno spinto Marianne a prendere la sua decisione, semplicemente ne descrive i movimenti: la donna che si guarda allo specchio per trovare un dialogo con se stessa, la donna che vaga per casa inconcludente, la donna che passeggia con il figlio, o al supermercato. Handke non ci rivela mai cosa passi realmente nella sua testa. Prova solo a suggerirci qualcosa. Una chiave di lettura la possiamo però trovare nel titolo del romanzo: Marianne è una “donna mancina” perché va contro le norme tradizionali, è una donna che cerca di liberarsi dal proprio ruolo sociale di donna-moglie-madre per cercare la propria identità. Ma se svestiamo il racconto da una lettura puramente femminista e spogliamo Marianne di qualsiasi ruolo, resta solo l’individuo di fronte a se stesso e la sua ricerca di felicità. Marianne è una persona che trova la forza di bastare a se stessa, per amarsi e per amare: “Nel paese dell’ideale: io da un uomo mi aspetto che mi ami per ciò che sono e per ciò che diventerò”. Una vera dichiarazione di libertà.



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