La faccia che deve morire

La faccia che deve morire

Horridge è un nome come un altro, dopotutto. Eppure, è fin troppo facile storpiarlo in Porridge. Di per sé la cosa non sarebbe poi così grave, se non minasse implicitamente la stessa credibilità di Horridge. Forse è per questo che la polizia non gli ha creduto, forse non sono del tutto corrotti. Forse, invece, lo sono e preferiscono non arrestare il vero killer: lo lasciano libero di ammazzare. Horridge non trova pace, nemmeno nei suoi sogni. Il suo vicino è un pazzo assassino, uccide le ragazze! Liverpool sarebbe più sicura se i poliziotti facessero il loro dovere, ma perché non hanno dato seguito alla sua denuncia? Non può passarla liscia, se la polizia è corrotta Horridge interverrà di persona. Osserva il suo vicino, inizia a scavare nella sua vita, controlla la sua posta. Non basta, lui ha colpito ancora! Come fa ad uccidere sotto sorveglianza? Horridge non sa come fare, ma non può rimanere inerte. Adesso Horridge è costretto ad agire...

Un romanzo più interessante per la sua storia editoriale che per il suo valore reale, forse. Quando lo scrisse, nel 1979, Ramsey Campbell era già molto conosciuto per i suoi romanzi horror. Veniva definito il nuovo Clive Barker per gli espliciti richiami alla narrativa di H. P. Lovecraft, la tradizione britannica del soprannaturale si arricchiva di un nuovo nome. Ma ecco che, all’apice della sua notorietà, Campbell propone qualcosa di molto diverso e, al contempo, estremamente disturbante per il lettore: un thriller psicotico. In questo romanzo si esplora direttamente il labirinto oscuro nella nostra mente, si affrontano i demoni generati dalla psiche umana. Se vogliamo, un filone che oggi è quasi un genere letterario a sé stante. Non così nel 1979, prima che le serie televisive attuali e gli stessi mezzi di informazione ci facessero scoprire il lato oscuro di noi stessi. Il romanzo, quindi, ebbe difficoltà a trovare un editore e venne pubblicato in versione “edulcorata” con scarso successo di pubblico. Nel 1983 l’autore riuscì a realizzarne una versione integrale, ma i lettori arrivarono molto gradualmente. Un successo lento, ma inesorabile. Oggi quest’opera è considerata il romanzo più noto di Campbell e, soprattutto, un vero e proprio capostipite dello psico-thriller (genere reso famosissimo, ad esempio, da romanzi quali Il silenzio degli innocenti e Seven). Come molti capostipiti, purtroppo, risente di qualche acciacco dovuto all’età e a un velato pudore per le scene più efferate. Insomma, per un pubblico ormai abituato a ogni genere di perversione da serial killer, che spesso nelle sale fa il tifo per lo squartatore di turno, i toni cupi di questa storia possono sembrare ben poca cosa. Campbell punta tutto sul decadimento mentale, più che sul sangue. Il lettore si trova ad assistere a una vera e propria eviscerazione psicologica: il reale che si contorce per poi sgretolarsi in un turbinare di schegge impazzite.



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