La falena

La falena
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Jack Dillon è un bambino prodigio. Vive a Baltimora ed è l’inizio del Novecento, il mondo sta per precipitare verso la Prima Guerra mondiale. La prima cosa che Jack ricorda e che resterà impressa nella sua mente è l’immagine, davanti al patio della sua casa, di una falena. “Non avevo occhi che per quella splendida cosa verde, tutta palpitante di luce, che si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva. Era una sensazione che immagino gli altri provino pensando a Dio, in chiesa”. Jack ha una splendida voce bianca, è il gioiello del Maryland: fino a che la pubertà non gli strapperà quel dono. Impara a giocare a football e anche nello sport sarà un campione. Si sposa, è innamorato follemente di sua moglie ma questo non basta. La crisi del 1929 spazza via ogni sua certezza. Jack è ridotto sul lastrico, assieme a milioni di americani. Comincia la sua peregrinazione nel cuore pulsante dell’America. Lascia la sua vecchia vita e si fa guidare dalla strada: sarà impiegato in un albergo, elemosinerà per vivere, toccherà con mano la ferita aperta nelle carni statunitensi…
La falena è il romanzo meno conosciuto e forse più intenso di James M. Cain, noto al pubblico per Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio, Mildred Pierce (da cui è stata tratta l'omonima serie tv americana). Finalmente il lettore può letteralmente godersi questo capolavoro che si discosta dallo stile consueto di Cain, che lascia il binario del noir per approcciare un vero e proprio romanzo di formazione. E dentro c’è davvero tutto: la vita che pulsa in tutte le sue sfaccettature, l’amore perduto e l’amore da cercare sempre e ancora, l’America degli anni Trenta ad un passo dallo sprofondo economico. Tutto parte da due cose: una falena e una pera. “L’altro mio ricordo”, si legge, “è una pera Bartlett. Me l’avevano affidata le zie, i primi giorni di scuola, perché la portassi alla maestra, la signorina Jonas. (...) La scuola distava tre isolati. Al secondo annusai la pera. Al terzo la addentai. (...) Rincasando, trovai zia Nancy che mi fece sedere, mi porse il latte ed eccoci al punto: mi ero ricordato di dire a Miss Jonas che speravo gradisse la pera, o invece gliel’avevo tesa senza aprire bocca? E sentii le mie labbra muoversi e snocciolare la peggior frottola che si potesse imbastire (...). Eppure, sotto sotto, ci fu una sensazione di colpa, forse la prima che avessi mai provato in vita mia, quella che poi riapparve anche in seguito: una sensazione rossastra e scottante, tanto prossima al colore della pera quanto i momenti felici sarebbero stati a quello della falena”. Esattamente questo convive nella natura umana: metaforicamente una falena e una pera.

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