La fattoria degli animali

Autore: 
Traduzione di: 
Editore: 
Articolo di: 

Il signor Jones, l’alcolizzato proprietario della Fattoria Padronale, è appena andato a letto. In silenzio gli animali della fattoria hanno aspettato questo momento, e ora si radunano tutti nel grande granaio: ci sono cavalli, maiali, cani, galline, piccioni, pecore, mucche, l’asino, il gatto e la capra. Manca solo Mosè, il corvo domestico, che è considerato una spia del padrone. A convocare tutti è stato il Vecchio Maggiore, anziano e pregiato maiale di razza Middle White. Ha fatto uno strano sogno e desidera raccontarlo a tutti gli altri animali, ma prima li fa riflettere sulla loro condizione: l’uomo li sfrutta fin quando ne ha voglia e poi li uccide senza pietà. Loro producono e l’uomo guadagna, loro soffrono e l’uomo è felice. L’unica soluzione è la fine di questa atroce schiavitù, serve una rivoluzione contro l’uomo, il nemico che cammina su due gambe. Il Vecchio Maggiore ha sognato una terra senza uomo, governata dagli altri animali e ha composto un inno travolgente, Bestie d’Inghilterra. Poco a poco tutti gli animali della fattoria lo cantano in coro, esaltati dalla voglia di libertà, ma il baccano fa svegliare il signor Jones, che spara qualche fucilata in aria: tutti corrono nelle loro tane e il silenzio scende di nuovo sulla notte. Tre giorni dopo il Vecchio Maggiore muore nel sonno e viene sepolto con tutti gli onori: tre giovani maiali – Napoleone, Palladineve e Clarinetto –raccolgono la sua eredità e iniziano ad organizzare la rivoluzione alla Fattoria Padronale, ma incontrano molte resistenze e dubbi. Molti animali hanno paura, altri provano rispetto o gratitudine per il signor Jones: insomma per il momento non vogliono ribellarsi. Ma una sbornia peggiore delle altre da parte del fattore porta tutti gli animali, lasciati digiuni per molto tempo, all’esasperazione. La rivoluzione sta arrivando…

Concepito nel 1937 e finito di scrivere nel 1943, La fattoria degli animali non è affatto un apologo contro tutte le dittature come certa pubblicistica si ostina a sostenere (ed è interessante notare come il fenomeno si ripeta anche nella IV di copertina di questa edizione), ma una favola satirica che racconta in forma caricaturale l’ascesa al potere di Lenin, la sovietizzazione della Russia e l’avvento di Stalin. Nel breve saggio La libertà di stampa in appendice, Orwell pubblica un estratto della lettera di rifiuto che un editore gli inviò ritrattando precipitosamente la sua iniziale volontà di pubblicare il libro: “(…) Se la favola si riferisse ai dittatori e alla dittatura sarebbe un bene pubblicarla: ora però ho capito che la storia segue lo sviluppo dei Soviet e dei due dittatori russi in modo tanto accurato da risultare applicabile soltanto alla Russia, escludendo le altre dittature”. Più chiaro di così! Orwell non sopportava la “buona stampa” di cui l’URSS di Stalin – dopo la rottura del Patto Molotov-Ribbentropp da parte del III Reich e l’entrata in guerra di Hitler contro il dittatore georgiano – godeva: “l’ortodossia dominante esige in questo momento un’ammirazione acritica nei confronti della Russia sovietica”. Lo scrittore inglese nato in India, di provata fede socialdemocratica, veniva considerato, per questo suo antistalinismo, più un traditore che un eretico dagli ambienti di sinistra. Solo nel 1945 la giovane casa editrice Secker & Warburg accettò di pubblicare il libro (anche a costo di laceranti polemiche: basti pensare che la moglie dell’editore Fredric Warburg tolse la parola al marito perché “era da ingrati attaccare Stalin e la valorosa Armata Rossa”), poi l’avvento della Guerra Fredda cambiò il vento, e La fattoria degli animali da libello scomodo assurse alla statura di classico: purtroppo Orwell fece appena in tempo a godersi la patente di profeta, dato che morì prematuramente nel 1950 per una brutta tubercolosi. Alcuni commentatori hanno sottolineato la valenza del romanzo come manifesto animalista, ma si tratta di una forzatura: Orwell utilizza gli animali solo come strumento allegorico e non pare realmente interessato alla loro condizione. Il senso del racconto sta tutto nel suo significato politico, a esso l’autore sacrifica anche il valore letterario dell’opera, che è infatti relativo: lo stile è scarno, ironico, funzionale al plot. Un instant book politico travestito da favola immortale.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER