La felicità del cactus

La felicità del cactus
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Susan Green ha appena perso la madre. L’avvisa il fratello per telefono, sostenendo di essere uscito per una birra con un amico e di averla trovata, al suo rientro, riversa sul letto. La dottoressa, chiamata tempestivamente, ha detto trattarsi di un ictus. “Settantotto anni e già due ictus in precedenza, non c’è da sorprendersi”, sostiene lei. È così che comincia a pensare che avrebbe potuto vederla più spesso se non fosse stato per il fratello Edward che viveva con lei e con il quale non condivideva proprio la stessa visione della vita, tanto che è sempre stato meglio evitarsi. Infatti lui si ostina a chiamarla ancora Suze, nomignolo che lei detesta proprio! Nonostante tutto Susan decide di andare comunque in ufficio (è un’impiegata statale a Londra) e, una volta lì, sistema la sua fila di cactus sul bordo della scrivania, si preoccupa che abbiano abbastanza luce e il terriccio umido e comincia ad affrontare la sua giornata. Per completare l’opera di una giornata nata sbagliata, al distributore dell’acqua incontra Tom, neo-assunto assistente amministrativo, barba folta che contiene ancora tracce di colazione e un atteggiamento irritante: la vuole inserire nel suo gruppo Facebook dell’ufficio e quando lei dichiara di non essere su Facebook, non si dà per vinto e continua: “Ma come fai a tenerti in contatto con le persone? Sei su Instagram? WhatsApp?”... E che dire poi di Lydia? Le hanno regalato un contapassi e finché non fa il numero che si è prefissata si fa, a grandi falcate, il perimetro della stanza, ma al settimo giro...

Ci si chiede subito che razza di donna possa essere Susan Green, la protagonista del romanzo di Sarah Haywood, così anaffettiva, distante, indipendente. Addirittura contraria agli abbracci che rifugge con sistematicità, allergica alle sorprese, maniaca dell’avere sempre tutto sotto controllo. Talmente distaccata da tutto e da tutti, da raggiungere Birmingham, dove sua madre è morta, solo in occasione del funerale. Per certi versi all’inizio è impossibile non giudicarla quantomeno “strana” (nella migliore delle ipotesi!). Il guaio è che man mano che la storia si dipana non si può far a meno di capirla sempre di più, di vedere oltre quei suoi atteggiamenti distaccati e scoprire la sofferenza di una vita difficile che “esplode” quando viene a conoscenza di una verità che le è stata nascosta per oltre quarant’anni. È qui che avviene la svolta ed è molto interessante la modalità scelta dall’autrice Sarah Haywood. Proprio nel momento in cui Susan, forse, avrebbe dovuto essere più arrabbiata con il mondo, fa pace con il suo passato e con chi le ha fatto del male e, udite, udite, diventa anche romantica e sentimentale. Quindi il cactus, anzi le numerose piante di cactus che colleziona e cura e alle quali assicura acqua e luce secondo le necessità, non rappresentano altro che il suo pungente modo di essere, con le spine che tengono lontani gli altri e al tempo stesso proteggono. Ma alla fine, anche i cactus, se opportunamente trattati, danno vita a fioriture meravigliose e profumate. Come Susan Green!



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