La felicità dell’attesa

La felicità dell’attesa

Quando nel 1903 Carmine Leto decide di lasciare Hora e la sua famiglia per andare a cercare fortuna nella Merica Bona, si imbarca insieme alla giovane vedova Varipapa e ai suoi due figli. La traversata è dura, scuote gli animi e gli stomaci, strappa i legami con la terra di origine e porta verso una lotteria nella quale se estraggono il tuo numero, possono rimandarti indietro sconfitto e umiliato. Può accadere se sei malato, o se non hai abbastanza soldi per sopravvivere qualche giorno: Carmine lo sa bene. Durante la traversata prende sotto la sua ala Andrea, il maggiore dei figli della vedova, condivide con lui il pane, i salami, i formaggi di casa e, quando il ragazzino viene rapinato a un giorno dall’arrivo in porto, condivide con lui i suoi risparmi per consentirgli di entrare alla Merica. Carmine tornerà in Italia due volte, la prima col biglietto pagato per combattere nella Prima Guerra mondiale per una patria che non lo aveva rifiutato, la seconda per investire a Hora i frutti delle sue fatiche, ma il suo gesto di generosità sulla nave è la deflagrazione che dà il via a una serie di eventi che coinvolgeranno tre generazioni di Leto. Andy Varipapa diventerà un leggendario campione di bowling, aiuterà Jon Leto - il figlio di Carmine e di Shelley, la sua sposa di colore diventata Scilla, una perfetta donna di Hora - quando questi approda in America in cerca dei micidianti del padre che vi hanno trovato rifugio. Andy farà da paraninfo alla storia d’amore tra Jon e una certa bellissima, sensuale, tormentata Norma Jeane, gli offrirà lavoro e lo consolerà per le molte perdite che affliggeranno la sua vita. La colonna delle perdite si popola in fretta nella vita di Jon, perde prima suo padre, poi il suo grande amore, poi suo fratello Leonardo, sopravvissuto alla Seconda Guerra mondiale per finire ucciso da una miniera di zolfo e dalla sua ostinazione a rimanere in Italia; perderà, fino a qualche giorno prima della sua morte, la sua adorata sorellina Franceschina emigrata in Australia; perderà, infine, la figlia Lina a causa di un antico rancore. Ma anche nei momenti di maggior sofferenza Jon rimane un uomo di una forza sovrumana, con un carattere granitico, speranze inscalfibili e una fede nella possibilità per gli eventi di volgere al meglio, incrollabile.

Ancora una volta Carmine Abate affronta il tema dell’emigrazione, dello sradicamento e del ritorno a casa, ma stavolta si ha l’impressione che i suoi personaggi siano più pacificati rispetto a quelli dei libri precedenti, che vivano tutto sommato in maniera meno drammatica il conflitto tra passato e presente, tra radici e futuro. La novità forse più importante che Abate introduce in quest’opera è un’evoluzione della sua già accurata ricerca linguistica. In particolare, fa un uso meno timido che in passato del dialetto calabrese, che si affianca all’arbëreshë con pari dignità. Fa inoltre un’accurata ricostruzione della neolingua che parlano gli emigrati calabresi in America , una lingua basata su allitterazioni ed eufonie, che usano soprattutto quando parlano in italiano tra loro o quando tornano a casa, infarcendo la lingua madre di neologismi come “giobba” per tradurre “job”, lavoro. Le tre generazioni di Leto - sono in realtà le tre generazioni di Abate, che non a caso si aprono e chiudono con un Carmine - vivono in maniera forse più serena il dolore delle separazioni. Il conflitto tra Jon e Lina che ha determinato la fuga di quest’ultima è forse l’unico elemento di rottura in una famiglia che molto si è amata e rispettata, pur nelle diversità. È all’inizio con un pudore misto a incredulità che Carmine Leto si accinge a investigare nella vita di un padre morente per scoprirne l’ultimo segreto, quell’amore con Marylin Monroe di cui non sono rimaste quasi tracce. Ne L’attesa della felicità sono presenti ad un livello molto maturo ed evoluto tutte le tematiche che hanno contraddistinto la sua letteratura: le radici e l’impossibilità di tagliarle; la memoria e il doloroso dovere di coltivarla; la lingua come materia prima per costruire solidi ponti tra le generazioni.



 

 

 

 
 
 
 

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