La femmina nuda

La femmina nuda

Quando il dolore arriva lo fa nel bel mezzo di una giornata come tante altre, nei panni di un ospite inatteso che scaraventa a terra certezze e frantuma patti considerati fino a quel momento sacri. Anna lo sa, Anna quel dolore l’ha sentito forte in pancia in un attimo che ha cambiato definitivamente la sua vita. Sono bastati pochi minuti per capire che Davide, l’uomo con cui convive da cinque anni, la tradisce ripetutamente con le donne più diverse, dentro e fuori l’officina presso cui lavora, ovunque ve ne sia l’occasione. Il loro rapporto, è vero, non funziona più da diverso tempo, pochi entusiasmi, mancanza di progettualità, si trascina “senza grandi discorsi” ma forse va bene proprio per quello, perché immune dalle complicazioni tipiche delle storie che hanno l’ambizione di costruire. Eppure Anna, di fronte a quella scoperta, nemmeno tanto improbabile, impazzisce e intraprende da subito una crociata votata al fallimento soprattutto quando scopre che tra le tante amanti ce n’è una che ha rapito il cuore di Davide e di cui lui si sta innamorando: Cane. Il nemico, che non ha un nome ma possiede appunto un piccolo cane da borsa e vive in un quartiere residenziale della città, è facile da smascherare. Grazie alla tecnologia, a Facebook, a Instagram, tutto sembra essere alla portata di tutti e Anna non fatica a scoprire che la ragazza alta, magra, simile all’Olivia di Braccio di Ferro è il suo obiettivo, quella da stanare, quella da combattere. Passano i giorni, quasi un anno, in cui tutte le energie di Anna si concentrano su questa attività di spionaggio capillare, ossessivo e doloroso. Davide va e viene, continuando a intrattenere relazioni parallele, soprattutto sempre più coinvolto dalla storia con Cane. Anna smette di mangiare, abdica alla sua razionalità, getta la sua intelligenza nel cesto dei panni sporchi e come un sorcio nell’ombra, spia, “vigliacca e bugiarda”, fa stalking, viola i profili internet, ruba fotografie intime degli amanti, si umilia, diventa un’altra, ma non si pente mai. Lei è la donna tradita, lei è la vittima, per una volta però incredibilmente forte, padrona del gioco, furba, molto più furba di tutti gli altri, capace di tessere trame artificiose, di recitare ruoli non suoi, di andare a caccia, di seguire le tracce e finalmente di avvicinare Cane. Il mostro che aveva costruito, l’umiliazione a cui si era volontariamente sottoposta, tutto l’apparato psicotico che aveva accompagnato la sua vita fino a quel momento crolla, con conseguenze che sembrano impossibili da immaginare…

Fermatevi a pensare per un attimo: quanti di voi lo hanno fatto? Quanti di voi hanno soltanto avuto la tentazione di farlo? Quanti, scaraventati nel regno oscuro del tradimento e nel desiderio irrefrenabile di vendetta, non hanno anche solo per un minuto pensato di violare la privacy dell’altro? La fine di un amore ai tempi di Internet 2.0 è pratica sempre più sofisticata e piena di insidie, per riuscire adesso basta avere un minimo di manualità, capacità informatiche e il gioco è fatto. A prezzo di cosa però? Questo ve lo siete mai chiesto? Elena Stancanelli, con il suo romanzo ‒ che è nella realtà una lunga lettera che la protagonista scrive alla sua migliore amica Valentina ‒ prova a spiegarcelo con un’analisi dettagliata e sincera di tutto ciò che passa nella testa e nel corpo di una donna ferita. Un libro che mette pace e riequilibra le statistiche, mostrandoci la diffusione di un fenomeno che non è solo maschile ma che ha caratteristiche trasversali di tutto rispetto. Le donne fanno stalking meglio degli uomini, uniscono alla conoscenza anche discrete dosi di sensibilità, intuizione e controllo che le rendono imbattibili. Anna, sebbene trasferitasi all’inferno per un tempo inverosimile, trascinata da una corrente di follia inarrestabile, nonostante i digiuni, gli abusi di Xanax, nonostante le lacrime, la sofferenza, lo stato di allucinazione continua e di incubo paranoico, resta, a suo modo, lucida e determinata. In una sorta di metamorfosi kafkiana, diventa il sorcio sporco e ripugnante che si mette alle calcagna di Cane per farsi giustizia, attraversando un’odissea psicotica ai limiti della liceità. Abolito il principio di responsabilità che da sempre si vincola alla persona fisica, Anna scopre nell’anonimo mondo di Facebook l’alibi per annullare qualsiasi paradigma morale di riferimento. “Se ci spostiamo per intero dentro la virtualità spariscono tutti i freni, perché sparisce la nostra identità”, e la vita, spogliata dai suoi diritti, torna “nuda”, per dirlo utilizzando la famosa definizione di Giorgio Agamben. In questo universo dorato, lontano da statuti, cittadinanze giuridiche e legislazioni, sembra perdere di valore anche la stessa tensione erotica che si riduce a mero esercizio sessuale e dimostrativo. Il sexting come nuova frontiera della sessualità a distanza permette ad Anna di ragionare su quanto bellezza e desiderio siano nella realtà lontanissimi dall’essere complici, su come esistano parodie moderne della seduzione che nulla hanno a che fare con l’eleganza e l’attrazione. Cane non è che una Teletubbie un po’ suonata, una che va in giro con le Louboutin e un cane che si chiama Cane, che ha un fratello cocainomane e una dipendenza assoluta dai telefonini. Forse è una slave, una mistress, una switch, di certo è una cretina, senza pathos, rinchiusa nell’archetipo perfetto di una Barbie anni ‘70. Anna lo sa, come sa che quel nemico altro non è che il mostro creato dalla sua stessa fragile ed insensata fantasia, ma niente le impedisce di tenersi lontana dall’idiozia in cui precipita. Rimane solo il corpo ad ancorarla a terra, quel corpo avvilito, affamato, sofferente, quel corpo umiliato, trascurato, ammalato è l’unico modo che le resta per mettersi in salvo. La femmina nuda ‒ presentato da Francesco Piccolo e Silvia Ronchey ‒ è uno dei cinque finalisti del premio Strega 2016, scommessa già vinta dalla nuova casa editrice milanese La Nave di Teseo. Comunque vada (e lo sapremo il prossimo 8 Luglio) rimangono le parole di una scrittrice che da molti anni ormai ci ha abituati a piccoli capolavori. Questo suo ultimo non è da meno, per altre cento storie già scritte sul tema, sarebbe stato facile perdersi sulla strada del déjà-lu ma qui non accade. Il racconto non annoia mai, crea piuttosto un transfer continuo tra narratrice e lettore, in un equilibrio perfetto tra melodramma e tragica ironia che finisce persino per strappare qualche sorriso. Non chiamatela letteratura al femminile però, questa è la storia di una donna ma nell’universo virtuale sempre più fluido in cui navighiamo non fa distinzioni di genere e resta un antidoto alla follia per ciascuno di noi.



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