La ferita, quella vera

La ferita, quella vera

Domenica 7 luglio 1986. François è a bordo della Renault 19 familiare; viaggia in direzione Saint-Michel-en-l’Herm. È lìche i suoi genitori hanno vissuto per quindici anni ed è lì che ogni anno, da quando si sono trasferiti a Nantes, tutta la famiglia si reca per trascorrere le vacanze estive. Arrivati a destinazione, François scarica velocemente la sacca dei libri che non ha intenzione di usare per tutta l’estate e sprofonda nel divano davanti alla tv per seguire la finale di Wimbledon. Eppure si sorprende a scoprire che, per la prima volta da che ne abbia memoria, si annoia terribilmente ad osservare una partita di tennis; una smania lo coglie senza preavviso: uscire all’aria aperta, prendere la bici Motobécane in fondo al granaio e correre a perdifiato giù per rue de Saints-Martyrs, tagliare la piazza del mercato, bruciare “disinvolto lo stop della Posta” e arrivare al paese, inspiegabilmente deserto. Ah già, saranno tutti in spiaggia a godersi il sole ed il mare – pensa François; non gli resta che entrare da Gagà e vedere chi c’è.. “Cosa serviamo al nantese?” Ormai è così che tutti lo chiamano. E cosa mai potrebbe ordinare? “L’anno scorso bevevo Monaco. Quest’anno è un altro giorno, ho cambiato, mi sono spuntati i peli anche nel cervello, non mi manca molto a essere uomo, voglio che se ne accorgano ma prendere una birra alla spina qui su due piedi mi farebbe passare per quello che vuole che se ne accorgano. Chiedo un panaché, un po’ insoddisfatto del compromesso che svaluta le due opzioni. Le mezzetinte per non rischiare di essere così sicuri di sé da diventare ridicoli, un’altra scelta perdente e anche questa è mia”...

Un brufolo che spunta sul labbro sempre nei momenti meno opportuni, il difficile impegno a nutrire la propria autostima – senza ottenere per altro grandi risultati – il dramma di aver baciato solo tre ragazze e temere di essere l’unico quindicenne sulla faccia della terra ad essere ancora vergine. Non è facile l’estate dell’86 per François, ossessionato dal raggiungimento di un obiettivo che reputa di importanza vitale e trascinato dal turbine degli amici di infanzia ‒ primi su tutti Joe e Cédric, che nonostante l’igiene discutibile e i denti marci riesce comunque a rimorchiare un numero considerevole di ragazze‒ che agli occhi del nantese appaiono senza dubbio più affascinanti e più sicuri di lui. François riflette, a volte troppo, osserva, rimane spesso in disparte bloccato dalla timidezza e dal pudore (“I calzoncini di jeans le modellano le natiche e io le guardo appena, stordito dalla mia infinita piccolezza. Ho cominciato i Pensieri di Pascal, sono comunista tendente leninista e arrossisco quando una ragazza dice godere”), fantastica di incontri amorosi e si scopre a pensarsi adulto ‒ assieme a Julie, una ragazza di due anni più grande di lui che sembra ben accogliere le attenzioni del ragazzo – ma non sposato perché “[...] il matrimonio è un’istituzione inventata dalla classe dominante per sommare le ricchezze”. Un periodo di turbamenti, scoperte e anche di perdite quello dell’adolescenza, che Bégaudeau racconta non senza un velo di malinconia, ricordando le mucche di papà Botreau, mamma Baquet, la Renault 19 familiare, la casa di Saint-Michel-en-l’Herm, le scorribande sulla bici Motobécane e i pomeriggi trascorsi ad oziare. Una malinconia, un senso di incompiutezza, una ferita che, a volte, continua a sanguinare anche in età adulta. La trasposizione cinematografica diretta dal tunisino Abdellatif Kechiche è stata presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.



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