La festa di Orfeo

La festa di Orfeo
Ci sono orrori che travalicano il tollerabile. Orrori come lo spettacolo che offre il villaggio di Longtown dopo una notte di tregenda del 1956. Tutti gli abitanti sono stati sterminati e a farlo sono stati i bambini, i loro figli. Li hanno seviziati, stuprati, poi si sono dati fuoco. La notizia della strage mette in subbuglio Scotland Yard, che manda sul posto l’ispettore Andrew Carmichael insieme al collega Harry Logan. Agli alti papaveri della polizia londinese farebbe comodo sbrogliarsi di quanto è successo in quel paesino al confine con la Scozia classificandolo come un fenomeno di isteria collettiva, ma i simboli runici tracciati intorno ai resti del rogo purificatore non si accordano con l’ipotesi dell’autosuggestione. Una ragione di più per spingere Carmichael a proseguire le indagini nonostante lo spocchioso sovrintendente sir Roland Braddock abbia deciso di ritenere chiuso il caso. Si sa che l’ultima cosa che hanno fatto i bambini prima del massacro è stata guardare un film in un locale del Comune adibito a sala proiezioni. Però la pellicola ancora montata sul proiettore è completamente bianca, oltre che realizzata con un materiale sconosciuto e indistruttibile. A dare lumi a Carmichael sulle possibili origini di quel film comparso dal nulla è un eccentrico studioso specializzato nel lato oscuro dell’essere umano, il professor Alberline. L’ipotesi è che si tratti de La fête du Monsieur Orphée, girato nella Hollywood dei primi anni Venti e commissionato – si dice - da Satana. Carmichael non è il solo a rivolgersi al professore. Anche Peter Cushing, ingaggiato dalla Hammer per interpretare una nuova versione in Technicolor del Frankenstein con la regia di Terence Fisher, è stato indirizzato da Alberline perché lo aiuti a capire qual è la radice dei nostri timori ancestrali. Lo scopo è facilitarlo a toccare con la recitazione le giuste corde per far tremare gli spettatori nelle loro poltrone. Così, per questioni di botteghino, l’attore si trova a sua volta invischiato nella vicenda e impara a proprie spese molto più di quanto avrebbe preferito sapere sull’autentico terrore...
Due storie distinte – il mistero dell’eccidio diabolico e le ricerche condotte da Cushing per dare il meglio di sé nel ruolo di Victor Frankenstein – confluiscono in un crescendo di tensione nel romanzo d’esordio di Javier Márquez Sánchez. Gli omaggi cinefili abbondano, a cominciare dalla coppia Carmichael-Logan che ricalca quella formata da Holmes e Watson (non dimentichiamo che quello di Cushing è uno dei volti più noti dati dal grande schermo al detective di Baker Street). Molte allusioni sono sottolineate nelle note, come l’inserimento en passant di padre Merrin, uno dei due gesuiti de “L’esorcista” di William Peter Blatty e dell’omonimo film di William Friedkin. Altre citazioni verranno colte dalle reminescenze dei lettori. Ad esempio, i barboni che si assembrano davanti a Scotland Yard e la prendono d’assalto ricalcano la scena dei mendicanti posseduti che picchettano la chiesa dove è racchiuso Satana in versione liquida ne “Il signore del male” di John Carpenter. In un’ambientazione tipicamente british lo spagnolo Javier Márquez Sánchez congegna un horror che è un appassionato omaggio al cinema dell’orrore del passato e alle vecchie glorie che lo hanno reso grande: Bela Lugosi, Boris Karloff, Christopher Lee, lo stesso Cushing. Anche la struttura si avvicina a quella di una sceneggiatura per l’incalzare delle sequenze, il campo-controcampo dei due piani narrativi, la scrittura che alla descrizione privilegia il dialogo e l’azione. L’idea del film maledetto che è al centro del plot non si discosta dalla realtà. L’elenco degli autentici cursed movies, funestati da incidenti, sventure e morti improvvise, è infatti di tutto rispetto, dal sopraccitato “L’esorcista” alla trilogia di “Poltergeist” a “Il Corvo”. Ma qui si va oltre. La pellicola La fête du Monsieur Orphée è opera del Maligno in persona, è il suo Vangelo. Anche se poi i suoi adoratori, in attesa di venirne in possesso per sentirsi altrettanti Mosè insigniti delle Tavole della Legge, si propiziano il loro Signore abbandonandosi ai consueti cliché rituali, in cui giovani discinte vengono trafitte su altari sacrificali circondate da adepti nudi, salmodianti ed eccitati. È una strizzata d’occhio all’esplicito erotismo con cui Fischer reinterpretò il cinema gotico (volendo, è anche un richiamo alla copula satanica in “Rosemary’s Baby” di Roman Polanski), ma questo è il punto più debole del libro, la sua episodica caduta di stile. A meno di non vederlo come modo allusivo per dire che il Male non soltanto è abbietto, ma trito, ripetitivo, e persino imbarazzante.

 

 

 

 
 
 
 
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