La festa in giardino e altri racconti

La festa in giardino e altri racconti

Laura adora le feste e quella che sua madre ha organizzato per quel giorno in giardino promette di essere bellissima. Il tempo è perfetto, la cuoca sta finendo di sistemare sui tramezzini le bandierine che ne indicano i vari gusti preparate dalle ragazze, il fioraio ha già consegnato una gran quantità di gigli rosa scelti dalla mamma e il fattorino della prestigiosa pasticceria Godber ha appena portato i buonissimi bignè alla panna per i quali è rinomata. Il ragazzo però si attarda sulla porta, non intende perdersi l’occasione di essere al centro dell’attenzione e raccontare la terribile disgrazia capitata qualche isolato più in là, vicino alle casupole dove “persino il fumo che usciva dai camini aveva un aspetto misero”. Un giovane è stato sbalzato da cavallo ed è morto, lasciando la giovanissima moglie e cinque bambini piccoli. Laura è convinta che sia opportuno bloccare i preparativi per la festa ma sua sorella non è del suo stesso parere: “Annullare la festa? Mia cara Laura non dire assurdità. È ovvio che non possiamo fare niente del genere: nessuno si aspetta una cosa simile. Non esagerare”. È necessario parlare con la mamma, la penserà certamente in maniera diversa. Ma quando la donna le posa quel cappello bellissimo sul capo e Laura si guarda nello specchio… Miss Brill è così contenta di indossare la sua stola di pelliccia per la sua solita passeggiata della domenica pomeriggio, che non le importa affatto che nel cielo terso brilli invece un bel sole. Come ogni settimana raggiunge la sua panchina “speciale”, il suo punto di osservazione privilegiato per guardare tutto quello che accade davanti alle aiuole mentre la banda suona nel gazebo: le coppie che passeggiano, i bambini che giocano, i più piccoli che traballano qua e là sulle gambette incerte, gli alberi con le foglie gialle, il cielo azzurro sul “filo di mare” che si vede appena, le coppiette di ragazze e soldati a braccetto. Le piace tutto questo, perché “Erano su un palcoscenico. Non facevano soltanto parte del pubblico, non si limitavano a guardare; recitavano. Anche lei aveva una parte e andava lì tutte le domeniche”. È una cosa bellissima, secondo lei, ed è certa che se non ci andasse qualcuno di certo se ne accorgerebbe. Le piace tanto fare conversazione con chi si siede sulla sua panchina accanto a lei, ma anche ascoltare. Ecco che due giovani innamorati, carini ed eleganti, si siedono proprio lì e sorridono. “Miss Brill si preparò ad ascoltare”…

“In fin dei conti il tempo era perfetto”. Questo è il noto ed efficace incipit di The Garden Party, il primo dei sei racconti (tra i quali anche Qualcosa di infantile ma di molto spontaneo che uscì postumo ed in effetti sembra avere un sapore appena diverso dagli altri) che Mattioli 1885 ha scelto per questa nuovissima edizione delle bellissime storie di Katherine Mansfield, pubblicate nel tempo davvero da tanti editori. La scrittrice neozelandese di famiglia alto borghese, il cui vero nome è Kathleen Beauchamp, terminò, come è noto, i suoi studi a Londra e in Inghilterra frequentò pensatori e scrittori tra i più grandi della sua epoca, da D.H. Lawrence a Virginia Woolf, e condusse una vita bohémienne decisamente libera, probabilmente più di tante artiste sue contemporanee considerate anticonformiste. L’insofferenza nei confronti delle convenzioni sociali e delle ipocrisie, che è palpabile per il lettore tra le righe di ogni suo scritto, è la stessa che caratterizzò la sua esistenza fuori da ogni schema, nella quale trovarono posto matrimoni, rapide separazioni, flirt ambosessi, viaggi e un aborto. Definita maestra di short stories, è considerata una degli innovatori del genere racconto, colei che è stata capace di portarlo ad alti livelli in senso moderno, per la sua maniacale attenzione ai particolari, alle atmosfere estremamente evocative, e per la capacità di dare spessore ai personaggi con pochi abili tratti, fino a renderli così vivi, reali e soprattutto contemporanei. Lo stile di Mansfield è classico ed elegante eppure asciutto e si attaglia perfettamente ad una scrittura ricca di forti elementi simbolici che privilegia dettagli apparentemente insignificanti i quali invece hanno la capacità di diventare il cuore del racconto, addirittura al di là dell’intreccio. Questa intenzione di ridurre quest’ultimo al minimo la si coglie anche nel suo Diario, dove si legge che preferisce “intensificare le cosiddette piccole cose perché davvero tutto sia significativo”. Ecco quindi questi racconti acuti, appuntiti, momenti di vita appena tratteggiati in punta di matita, eppure così pieni, delicati, forti, efficaci, tanto che i personaggi restano impressi al lettore, un po’ come capita con i racconti di Alice Munro, fatte le debite differenze non foss’altro di epoca. Il più delle volte questi protagonisti sono illusi, grotteschi, patetici, spesso delusi, colpiti anche duramente dagli schiaffi della vita, come personaggi in bozzetti pungenti, struggenti e dai colori mai sfumati. Ben si comprende perché di Mansfield Virginia Woolf ebbe a dire: “L’unica di cui io sia mai stata gelosa”. In questi sei racconti, in particolare, la sensazione è che il sottofondo comune sia un senso di precarietà che caratterizza la vita: il veleno del tradimento che si insinua in un matrimonio che è più convezione sociale che rapporto sentimentale; un silenzio improvviso e indefinito che si palesa pericolosamente in un solido rapporto d’amicizia tra un uomo e una donna; il mondo privato e incantato, come fosse su un palcoscenico, dell’anima candida Miss Brill - una figura drammaticamente pirandelliana - che va in frantumi a causa di poche parole cattive; la morte che irrompe improvvisa in una atmosfera festosa e nella vita spensierata di una giovane. Sono i contrasti che fanno emergere le discrepanze della vita, compresi quelli che invece appartengono alla morte, anche quando essa ti sfiora soltanto da lontano. A proposito di quest’ultima storia, la prima della raccolta, La festa in giardino, si sa che l’autrice trasse ispirazione da un fatto vero, un incidente stradale capitato ad un vicino di un quartiere povero nei pressi della casa nella quale sua madre nel marzo 1907 aveva dato una festa, una disgrazia che guastò l’atmosfera gioiosa della giornata. È sempre una esperienza importante per il lettore avvicinarsi ai racconti di Katherine Mansfield e di certo, chiuso il libro, continuerà a domandarsi che cosa ci sia in quelle storie apparentemente poco costruite che colpisce così tanto. E poi penserà certamente che sia un vero peccato che lei sia morta di tubercolosi a soli trentaquattro anni, chissà quante altre cose preziose ci avrebbe lasciato.



 

 

 

 
 
 
 

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