La fiaba della mia vita

La fiaba della mia vita

Hans Christian nasce ad Odense, un piccolissimo villaggio della Danimarca, da una famiglia modesta e con pochissimi mezzi. Il padre è un giovane calzolaio che si è fatto da sé, la madre una donna timorata di Dio, “ignara del mondo e della vita”. Il piccolo Hans Christian cresce nutrendo la propria fantasia in mezzo ai boschi, a stretto contatto con la natura. Tutto lo stupisce ed allo stesso tempo tutto lo impaurisce. Molto devoto e molto superstizioso per le influenze della madre e della nonna, trova nel padre una frattura moderatamente goliardica a questa severità di spirito. È proprio il genitore che, la sera, legge Le mille e una notte a madre e figlioletto, instillandogli il germe della fantasia. Frequenta la scuola con risultati molto poco lusinghieri, ma in compenso ha una fascinazione immediata per il teatro ed il balletto e passa molto tempo in casa cucendo abiti per le sue marionette, lui così poco propenso alla socialità. Non potendosi permettere il biglietto per le rappresentazioni, fantastica sulle locandine che gli vengono regalate. Se le porta a letto, prima di dormire; le contempla ed inventa storie. Sono queste le prime esperienze con il lavoro di immaginazione, ma sono sufficienti per folgorarlo e fargli decidere, povero e scalcagnato per come è, di spostarsi dal piccolo villaggio e trasferirsi, ancora minorenne, a Copenhagen da dove è deciso ad intraprendere la carriera del teatro costi quel che costi. Ma lì la vita è durissima, lontano da casa, senza la protezione amorevole della madre, riesce a sopravvivere in mezzo agli stenti solo grazie all’aiuto di alcuni benefattori dell’ambiente artistico e culturale ai quali timidamente si presenta. I primi lavori che propone sono oscenità scopiazzate da opere che prende come riferimento, ma la sostanza è poca. Molti sono, invece, i fallimenti: dal ballo al canto, sembra non esserci modo, per lui, di entrare nel mondo che ama, come spera. Ma la sua fede è tanta e talmente granitica che presto capisce qual è la vera strada, quella che lo consacrerà tra gli immortali della letteratura di tutti i tempi: scrivere…

Quando si dice Andersen inevitabilmente si dice fiabe, quelle che di fatto lo hanno proiettato nell’Olimpo della letteratura. Era un uomo delicato, schivo, molto timoroso e timido, e queste caratteristiche trapelano fortemente anche nel suo modo di raccontarsi, in questa autobiografia scritta con la purezza con la quale si scrive - neanche a dirlo - una favola, sapendo sin da subito quali saranno i suoi destinatari. Visivamente l’impatto col libro potrebbe scoraggiare: un cosiddetto “mattone” di 700 pagine, tanto che ci si chiede, prima di aprirlo, quante cose potrà mai aver fatto Andersen per raccogliere tutte quelle pagine di memorie. Sta di fatto, però, che già dalle primissime righe ci si dimentica della mole del libro, dei dubbi e delle riserve, si mettono da parte impegni, si spengono i telefoni, si accendono i bollitori, ci si circonda di generi di primo conforto. Ci si immerge con profondo diletto in un mondo tanto lontano sia dal punto di vista temporale che geografico e si è rapiti da una delicatezza d’animo che scuoterebbe le fondamenta dell’individuo più algido e scostante. Una lettura sussurrata che non vuole intromettersi con la pacatezza del racconto anche nei suoi passaggi più tristi e duri. Andersen si racconta con estrema dolcezza, quasi che a rievocare certi ricordi possa farsi male e non sarebbe difficile credergli, se ce lo confessasse, poiché davvero prima che Hans Christian - partito da Odense senza soldi e finito a dormire in una stanza senza quasi mobilio sopra un bordello - diventasse il gigante che conosciamo oggi di miseria e fame e frustrazione e scoramento ha patito tanto all’unico scopo di consacrarsi all’arte che lo aveva fatto innamorare: il teatro e la scrittura. Settecento pagine di rara bellezza, che non lasciano scampo e che sono, per noi comuni mortali, di grande giovamento. Un’iniezione di cose buone e belle, verrebbe da dire di coraggio, ma coraggio non è. Troppo poco, troppo scontato. Piuttosto, di irriducibile tenacia, anche forzando un poco la natura di un carattere ritroso e di un’indole facile alla mortificazione se lo scopo è alto e merita la pena.

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