La figlia dell’altra

La figlia dell’altra
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È il Natale del 1992 quando seduta nel salotto della sua amata casa, la scrittrice A. M. Homes scopre che sua madre adottiva vuole conoscerla. L’equilibrio, soprattutto mentale, in cui aveva imparato a vivere si spezza, proprio come quel cordone ombelicale che non l’ha mai legata veramente a qualcuno. Tutti i pezzi del suo puzzle esistenziale devono tornare al loro posto: lei è il frutto di un amore extraconiugale, di promesse mai realizzate di una vita felice insieme, di un uomo ricco e spregiudicato e di una ragazzina insicura. Decide di affidarsi al flusso di eventi e accetta di conoscere quelli con cui condivide parte del DNA: Ellen Ballman, fino a qual momento soltanto una voce roca e da fumatrice al telefono; Norman Hecht, il padre di una famiglia diversa, non la sua, che ha il suo stesso sedere. La sua ricerca della verità diventa quasi parossistica: assume assistenti, frequenta archivi, scava in biblioteche fino ad arrivare alla cima dell’albero genealogico, che presenta non poche sorprese. Nel frattempo, Ellen la insegue insistentemente per risanare un errore passato, mentre Norman, dopo un iniziale interesse, la confina ad un freddo risultato di un’analisi di laboratorio e a sterili comunicazioni tra avvocati, senza volere più alcun contatto personale con lei…

La Homes ha raccontato per la prima volta questa sua vicenda privata in un articolo pubblicato dal “New Yorker”, cambiando i nomi dei protagonisti. In questo memoir, invece, apre i suoi file più confidenziali e i cassetti con le foto per raccontarci l’emozioni vissute da una donna adottata ma in parte non accettata. Ci descrive cosa si sente ad avere quattro radici ‒ quelle biologiche e quelle famigliari ‒ i dolori dietro alle scelte prese e i risultati di quella realtà quasi schizofrenica. A differenza di molti libri di questo genere, l’autrice si mostra al mondo senza filtri, svelando anche una parte meno nobile di sé, quella che non ha pensieri positivi nei confronti di coloro che l’hanno messa da parte. Potrebbe in realtà essere definita quasi la sua cifra stilistica, questo modo di raccontare il brutto che c’è in ognuno di noi, di lei stessa, senza edulcorare la verità. La scelta di inserire tutte le ricerche effettuate per rintracciare il suo passato, nomi, date e dettagli inclusi si rivela però poco utile alla lettura, aprendo una parentesi troppo lunga che rallenta decisamente l’avanzamento verso un ultimo capitolo, invece, che poeticamente e con grande trasporto ci regala lo splendido ritratto di sua nonna.



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