La figlia di Odino

La figlia di Odino

Hirka corre a perdifiato giù dalle colline, lasciandosi alle spalle il bosco e andando in direzione del mare; casa, finalmente. Quelli che tutti chiamano “la catapecchia” era sopravvissuta all’incendio appiccato dalle guardie del Consiglio dopo aver arrestato un fuorilegge che si nascondeva fra quelle mura e, rimasta abbandonata, è diventata la dimora di Hyrka e di suo padre. Hirka apre finalmente la porta convinta di ritrovare l’atmosfera familiare di sempre e si scontra invece con quello che sembra il teatro di una fuga improvvisa: tutte le piante essiccate che dovrebbero pendere dal soffitto sono sparite, i vasetti e le scatole degli scaffali più bassi della grande stanza d’ingresso non ci sono più e una delle cassapanche che fungono anche da sedili sembra essere stata riempita alla rinfusa come se il padre “avesse semplicemente spazzolato via tutto dalle mensole e l’avesse gettato dentro. Infusi, bacche di sambuco, radice rossa, unguenti e pozioni. Amuleti e gioielli del Veggente”. Esce preoccupata di casa e, girato l’angolo, scorge con sollievo il padre; seduto sulla sua sedia con le ruote cerca invano di scrostare la vernice rossa del vecchio carro con una vanga mezza arrugginita. “È arrivato il corvo […] hai fatto qualche progresso?” le chiede con lo sguardo avvizzito quanto le sue deboli gambe. Accidenti, ancora questa domanda, il padre sa benissimo che lei non è in grado di evocare, è una creatura menomata cieca di fronte al Dono. “Le era stato negato ciò che tutti gli altri avevano. Era priva del Dono. E anche della coda”, ma possibile che solo per questo motivo il padre voglia scappare e ricominciare a girovagare con quel vecchio carro rosso a vendere cure miracolose a gente incontrata per caso?

Siri Pettersen, una vecchia passione per i fumetti, il web e l’animazione, vincitrice nel 2002 del suo primo concorso nazionale con il fumetto Anticlimax, pubblica in Italia con Multiplayer il primo volume della trilogia The Raven Rings, i cui diritti cinematografici sono già stati venduti ad una importante casa di produzione norvegese. Un fantasy dalle ambientazioni nordiche, imponente ed impegnativo soprattutto nelle prime cento pagine in cui la lettura procede lenta perché molti sono i personaggi, i luoghi, i punti di vista ed i richiami ad una mitologia che meglio si comprende solo con l'avanzare della narrazione. La storia di Hirka poi – grazie anche allo stile pulito e serrato della Pettersen - avvince e coinvolge fino alla fine del romanzo. Eroina fuori dagli schemi, la giovane quindicenne è una figlia di Odino; è cioè del tutto simile agli altri abitanti di Ymslanda se non per due elementi: la mancanza della coda – tratto distintivo di tutti gli appartenenti alla stirpe di Ym – e l’incapacità di evocare il Dono (una sorta di energia che pervade la Natura e tutto ciò che esiste nel mondo). Questa diversità la rende a tutti gli effetti un’emarginata (anche se attraverso i suoi unguenti e le sue erbe in grado di guarire cerca di mettersi al servizio della comunità) e la espone a grossi rischi, soprattutto in previsione del Rito, la cerimonia iniziatica a cui tutti i quindicenni di Ymslanda devono partecipare per dare prova del proprio Dono. Un viaggio verso la salvezza, quello di Hirka, che è anche viaggio interiore alla scoperta della propria identità e del proprio posto nel mondo. Ad affiancarla l’amico d’infanzia Rime, erede di una delle più importanti famiglie del Consiglio, determinato a trovare una propria strada e a non percorrere quella che tradizione e famiglia hanno scelto per lui, e che non riuscirà però a trattenere Hirka dalla sua fuga da un mondo che non la vuole (Come vivere lì? “Come un giullare? Una creatura deforme che i ricchi pagherebbero per venire a vedere? O come fonte di paura o disordine? Io non appartengo a questo luogo, Rime […] Non potresti impedire alla gente di girare alla larga da me, o di farsi il segno del Veggente quando mi vede. O di odiarmi perché gli Orbi sono in grado di trovare la strada per venire qui, fintanto che sono viva […] non potrai mai impedire alla gente di essere quello che è”).



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