La figlia dimenticata

La figlia dimenticata

Berlino, giugno 1933. Amanda Stenberg è nella sua libreria. Le è già stato lasciato un opuscolo con le Dodici Tesi come avvertimento e sa benissimo che deve cominciare a fare pulizia, a partire dalla vetrina fino ad arrivare all’angolo più nascosto del retrobottega. Le hanno consigliato di far sparire tutti i libri che potrebbero essere considerati offensivi, poco patriottici o poco tedeschi, per evitare che finiscano al rogo. Amanda ha sperato fino all’ultimo che l’insegna della sua libreria, “Il giardino delle parole”, passasse inosservata o che fosse sufficiente esibire in vetrina i testi che esaltano la purezza germanica e nascondere nel retrobottega gli altri libri, quelli che lei ama maggiormente. Ma teme che non sia così semplice. Sta pensando a tutto questo quando suo marito Julius le si avvicina, le appoggia le mani grandi e calde sulle orecchie, chiede come si siano comportati i suoi due tesori e la bacia. Amanda si porta le mani sul ventre già leggermente arrotondato e sorride. Più tardi, in casa, Julius, entusiasta all’idea che la figlia stia crescendo proprio lì, nel ventre della moglie, le spiega le fasi del ciclo cardiaco. Julius è un medico, un cardiologo per la precisione, da sempre affascinato dal cuore, dai suoi impulsi elettrici, dalle sue oscillazioni e dai silenzi tra un battito e l’altro. Amanda si abbandona tra le braccia del marito, perché le basta sapere che Julius vigila sul suo cuore per sentirsi al sicuro. Affronteranno insieme i problemi legati al duro periodo che stanno vivendo; lei si libererà dei libri indesiderati, anche se sa già che si sentirà come una madre costretta ad abbandonare i propri figli; insieme conteranno i giorni che mancano all’inverno, periodo in cui la loro bambina verrà finalmente al mondo. Andrà tutto bene, ne è certa...

Dopo La ragazza tedesca del 2017, Armando Lucas Correa torna con il secondo episodio della trilogia che racconta le barbarie e le atrocità subite, per mano dei nazisti, dalla comunità ebraica durante l’Olocausto. Una storia tragicamente crudele, basata su fatti realmente accaduti, che riporta alla luce, tra l’altro, il massacro effettuato, ad opera dell’esercito nazista durante l’occupazione del sud della Francia, in un villaggio chiamato Oradur-Sur-Glane. Un massacro le cui tracce persistono nella memoria collettiva di coloro che sono sopravvissuti, un massacro che è un bene sia stato raccontato, perché merita di essere ricordato, sempre. Con estrema sensibilità e delicatezza Correa permette al lettore di fare la conoscenza di Amanda, Julius e le loro figlie, una famiglia tedesca ebrea di classe medio-alta con sede a Berlino che, dopo aver inizialmente cercato di ignorare per quanto possibile la dottrina nazista, si trova all’improvviso a dover fare i conti con le imposizioni razziali del regime e a pagarne conseguenze pesanti e dolorosissime. La situazione si fa ben presto angosciante e tragica e la fuga da una realtà ingestibile diventa l’unica scelta possibile e necessaria. Ma se salvarsi tutti insieme non è possibile, quali sacrifici è disposta a fare una madre pur di proteggere i propri figli? Quanto può arrivare a sopportare una madre per il loro bene? E qual è, in situazioni estreme, il peso della memoria e dei ricordi? È possibile lasciarsi il passato alle spalle e reinventarsi? Si può rimanere se stessi, pur negando ciò che si era un tempo? Questi gli interrogativi che permeano una toccante saga familiare nella quale tutti in fondo perdono qualcosa; una storia nella quale la crudeltà umana non conosce confini; una vicenda nella quale il bene e il male si confrontano ed affrontano senza esclusioni di colpi; un racconto che celebra la speranza e l’amore ma che mostra, senza risparmiare orrori, eventi troppo reali e troppo recenti che reclamano, a ragione, il diritto di non essere dimenticati.



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